Storia della Massoneria bresciana

 

 

PARTE PRIMA - XVIII secolo

Le origini della Massoneria bresciana  prima dell'invasione napoleonica

A Brescia, così come in Lombardia e, peraltro come in tutta Italia, "la Massoneria fu un fenomeno d'importazione. Forestieri di passaggio o residenti nello Stato [negli Stati preunitari] furono i primi promotori della fratellanza con la creazione di logge, che probabilmente vissero di vita effimera." (Carlo Francovich, Storia della massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, La Nuova Italia, p. 265).

Non sappiamo quando la Massoneria si affermò ufficialmente a Brescia, le origini sono incerte ma vedremo subito come abbia trovato terreno fertile in alcuni ambienti, soprattutto salotti bresciani, particolarmente aperti alla cultura e alla letteratura francese, allo spirito illuminista e ai prodromi della rivoluzione francese. Ebbe spicco il salotto della contessa Bianca Uggeri Capece, "donna di grande cultura e di molto spirito". Fra i primi massoni infatti, a quanto scrive il Soriga, si annoverò il genero della contessa Uggeri Capece, il conte Rutilio Calini, oltre al famoso conte Alemanno Gambara, e il conte Faustino Lechi (Enciclopedia bresciana di Antonio Fappani. (Vedi la voce Massoneria in http://www.enciclopediabresciana.it).

Nel 1765 Brescia risultava massonicamente dipendente il Priorato di Monferrato; mentre il Garda gravitava sulla Massoneria veronese.

Di una Loggia massonica bresciana si ha notizia nel 1773, quando si apprende che essa è in relazione con la "Grande Loge des Maîtres" di Lione, Loggia legata agli Elus Coens e poi dal 1774 alla Stretta Osservanza, aveva come M.: V.: Jean Baptiste Willermoz, massone mistico lionese (vedi la voce Massoneria in Enciclopedia Bresciana di Antonio Fappani). Non se ne conosce il nome. Da un discorso di Pietro Dolce, sappiamo che incominciava «a gareggiare fra le primarie [...] sotto gli auspici di Gustavo Adolfo, che l'aveva visitata, e sotto il regime del ven. Sessa, ben noto pe' suoi massonici lumi, fosse sfasciata dai tre dori di allora, che sopprimendola, ne esposero i santi arredi nella Pubblica Piazza a scherno e giuoco dei fanciulli e della Plebe».

 

La rete massonico-giacobina in Brescia

(in Rassegna storica del Risorgimento di Filippo Ronchi)

 

Nel 1778 si costituisce in città la prima Loggia massonica dell'Ordine di Stretta Osservanza, una Massoneria templare tedesca.

Tra gli affiliati troviamo Rutilio Calini ed il conte Ale­manno Gambara (padre di Francesco, uno dei futuri capi del 1797, la cui camera d'udienza si dice è assai più frequentata da postulanti che il palazzo del rappresentante veneto, il conte Estere Martinengo Colleoni, destinato a diventare il coordinatore dell'importante Comitato Militare durante la rivoluzione) e Faustino Lechi, genitore dei fratelli protagonisti della rivoluzione del 18 marzo 1797.

Si tratta di un'organizzazione di origine aristocratica e, benché costituzionalmente antivaticanista, non in aperto contrasto con il cattolicesimo (vedi Ugo da Como in La Repubblica bresciana, Bologna, Zanichelli, 1926, p. 21 e M. Berengo, La civiltà veneziana, pp. 276-277. Sulle caratteristiche della Stretta Osser­vanza massonica, Renato Sorjga, Le Società segrete, l'emigratone politica e i primi moti per l'indipendenza, Modena, Società Tipografica Modenese, 1942, pp. 4-5 e 33-34.)

Ma quando cominciarono a circolare sospetti sulla diffusione nello Stato di un diverso ramo massonico, quello inglese a tre gradi di tendenze repubblicane e democratiche, le autorità veneziane, impensierite da quel che trapela, dispongono, nel 1785, la perquisizione di tutte le logge della Repubblica, con il sequestro dei beni, il blocco delle riunioni e la ricerca degli elenchi degli affiliati.

Anche gli organizzatori della rivoluzione giacobina entreranno a far parte, a loro volta, del primo Grande Oriente costituito a Milano in piena età napoleonica (vedi di M. Berengo, La civiltà venerano, p. 192 e L'elenco degli appartenenti bresciani alla Loggia Amalia Augusta in età napoleonica che sta in Paolo Guerrini, La Massonerìa a Brescia prima del 1821, Brescia, in ristampa Edizioni del Moretto, 1985, pp. 50-62 oppure in stampa anastatica in  I Cospiratori bresciani del 1821 nel primo centenario dei loro processi raccolto nei Commentari dell'Ateneo di Brescia S-1924).
Ma la curiosità di fronte alle nuove correnti di vita intellettuale europea, l'interesse spiccato verso il moderno rappresentato dall'Illuminismo, dall'assolutismo riformatore, dall'anticurialismo, dal giansenismo sono in generale atteggiamenti tipici della nobiltà bresciana negli ultimi decenni del XVIII secolo (
si vedano in proposito gli ultimi studi di Sergio Onger - Gianfranco Porta, Fermenti riformatori nella cultura bresciana del Settecento e D. Montanari, Giansenismo. Il clero e la polemica giansenista, in Napoleone Bonaparte, Brescia pp. 57-58 e 61-62).

A Brescia, verso la fine del secolo, le idee innovatrici circolano nei salotti dell'aristocrazia.

La contessa Margherita Fenaroli riceve Giovanni Labus e Pietro Soardi, futuro presidente della Repubblica bre­sciana e già priore dell'influentissimo Collegio dei Giudici durante la dominazione veneta.

Il circolo di Lodovica Ostiani comprende il conte Estore Martinengo Colleoni ed i suoi fratelli, i conti Corniani, Lucrezio Longo Vincenzo Girelli, l'avvocato Beccalossi, l'abate Bianchi, Francesco Poncarali.

I patrizi Girolamo e Giuseppe Fenaroli, Francesco e Gaetano Maggi, Vin­cenzo Peroni e l'abate Scevola frequentano, invece, il salotto della contessa Bianca Capece della Somaglia, suocera del già menzionato Rutilio Calini. Tale salotto diventa il luogo di raccolta del primo grado dell'Ordine Illumi­nato massonico, che si ispira alle idee di Rousseau, Mably, Condorcet e che si organizza con programmi, strategie e finalità politiche.

Le sinergie fra massoneria e giacobinismo a Brescia nella fase precedente e durante la rivoluzione sono state puntualizzate dagli ultimi approfondimenti di Ber­nardo Scaglia (Ugo Da Como, La Repubblica cit, pp. 45-47  e F. Fé D'Ostiani, Brescia nel 1796 cit, pp. 84-90 Sull'organizzazione massonica a Brescia, Silvano Danesi, All'Oriente di Brescia: la massoneria bresciana dal 1700 ai nostri giorni, Roma, Edimai, 1993, pp. 15-27, ma soprattutto Bernardo Scaglia, Massoneria, giacobinismo e Repubblica bresciana, in Napoleone Bonaparte, Brescia cit, pp. 59-60).

Fa un certo effetto ritrovare tutti i personaggi finora citati nel Governo rivoluzionario della Repubblica bresciana, con incarichi direttivi di primo piano all'interno dei vari Comitati (Ugo Da Como, La Repubblica cit. pp. 83-92). Ma ciò non deve stupire. Lo spirito autonomista di precisi settori della nobiltà locale, che gli rendeva insoffribile il dominio di San Marco, gli faceva al tempo stesso seguire con simpatia le vicende della rivoluzione francese, anche se con i dovuti distinguo. L'opposizione contro il cosiddetto assolutismo tirannico di Venezia non intendeva, infatti, intaccare i rapporti sociali esistenti. Di conseguenza i nobili e i patrizi bresciani non parlavano tanto di uguaglianza (vista in ogni caso come parità di diritti costituzionali) e fraternità , quanto piuttosto di libertà, ove per libertà si intendeva quella cosa che avrebbe garantito loro, senza più interferenze di sorta, il predominio che, dal tempo della dedizione a San Marco, con tanta testar­daggine, anche se con scarsi risultati, era stato contrastato dai Rettori veneziani, dalle plebi rurali, dagli artigiani delle corporazioni. E se anche, nella auspicata rivoluzione, molti dei privilegi formali fossero andati perduti, di fronte alla liberazione dal dominio veneziano nessun sacrificio sarebbe risultato troppo grave, perché ben altre prospettive di egemonia si sarebbero dischiuse.


Lo scontro decisivo che si stava aprendo sarebbe stato dunque combattuto essenzialmente tra élites lealiste e élites antagoniste. Le prime non riuscivano neppure a capacitarsi dell'esistenza di forze che ponessero in discussione l'autorità sovrana esercitata in nome di Dio con la benedizione della Chiesa. Le seconde, invece, oltre ad avere coscienza della morfologia e dell'essenza degli avversari, si erano costituite in idonei circuiti, palesi o occulti a seconda delle necessità imposte dalla situazione.

I prodromi di una rivoluzione 


E nel febbraio 1792 che le autorità veneziane cominciano a ricevere preoccupanti notizie. Il conte Giovanni Mazzuchelli ha la disavventura di pranzare con un confidente della polizia, tal Bartolomeo Benincasa, e si lascia andare ad una filippica durante la quale, come recita la relazione inviata prontamente agli Inquisitoti di Stato deplora la sistematica impossi­bilità di giungere mai per qualunque strada o benemerenza agli onori, ai vantaggi, alle distinzioni che l'amor della gloria può ambire e meritare. Fa sentire di preferire molto tutt'altro sistema a quello in cui trovasi necessa­riamente condannato ad esser vittima di un molteplice e sempre vario dispotismo [...] Quindi si fa luogo ad applaudire altamente alla Rivoluzione francese, come rivendicatrice dei diritti di libertà ed uguaglianza fra gli uomini in ben ordinata Società (Sta in M. Berengo, La società veneta, cit., pp. 280-281).


Nel marzo, il conte Federico Mazzuchelli, zio di Giovanni, si fa notare perché spesso parla con un certo entusiasmo, con qualche libertà, e con sentimento di persuasione della nuova costituzione francese (ibidem).

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Sempre in quel periodo opera a Brescia il Casino dei Buoni Amici, costituito in prece­denza forse su iniziativa di Galliano Lechi e dello stesso Federico Mazzu­chelli, di ispirazione massonica, che fornisce un ulteriore apporto alla diffu­sione dell'Ordine Illuminato. Alcuni giovani della nobiltà, spinti da un emissario dei Francesi, il fuoriuscito piemontese Labrano, si allontanano dagli abituali luoghi di ritrovo della classe cui appartengono, dove rimane­vano in soggezione degli anziani. "Per stornare ogni dubbio" sull'appartenenza massonica del "Casino dei Buoni Amici" viene eletto presidente Francesco Gambara che in pubblico, per evitare sospetti, parla con foga proprio contro il genio francese con un discorso che tuttavia, agli scaltri confidenti degli Inquisitori, appare sospetto per i suoi toni esagerati, dato che il conte dichiara addirittura di voler vedere tutti i partigiani de' Francesi calcati in una bomba e sparati all'aria. Francesco Gambara nasce e cresce lontano dalla sua terra, perché il padre Alemanno fu bandito, e sente riecheggiare nel suo animo l'antica, secolare ribellione del feudatario ambizioso e indipendente, sogno costante dei Gambara, e quindi "un certo odio succhiato col sangue contro la veneta oligarchia".

 

Della società dei Buoni Amici entrano a far parte Giuseppe e Angelo Lechi, Carlo Arici, Pietro Carlo Ducco, Francesco e Gaetano Maggi e i fratelli Mazzuchelli (Fausto Lechi, Il miraggio della libertà in Storia di Brescia, Brescia, Morcelliana, 1964, vol. IV, parte 1, pp. 6-7; L. F. Fé D'Ostiani, Brescia nel 1796 cit, pp. 155-156 e Arsenio Frugoni, Breve storia della Repubblica bresciana, Brescia, Vannini, 1947, pp. 44-45).

Giuseppe Lechi nel 1720 dovette riprendere servizio nell'esercito austriaco col grado di capitano; il 20 giugno 1792, a Vienna, il Lechi incontrò Federico e Giovanni Mazzuchelli, ma fu ascoltando un discorso del del generale francese Blanchard, udito da Giacomo suo fratello e a lui riportato, lo convinse ad intraprendere la nuova strada, non solo rivoluzionaria, ma anche massonica (Silvano Danesi, All'Oriente di Brescia, op. cit.).


A novembre scatta, però, una serie di denunce per genio francese contro alcuni borghesi della città e dei dintorni. Il più noto fra essi è il matematico Domenico Coccoli, famoso in tutta la Repubblica per i suoi studi di ingegneria idraulica. Vi sono, poi, un mercante, un avvocato, tre parrucchieri, un impresario teatrale, un parroco. Il club giacobino (che è al tempo stesso una loggia massonica) viene scoperto dalla polizia presso l'osteria di Teofilo, a conferma dell'uso delle logge inglesi di riunirsi in quel tipo di locali, da cui prendevano il nome ( M. Berengo, La società veneta cit., p. 280).

Nel febbraio 1793, il conte Vincenzo Calini approva pubblicamente l'esecuzione di Luigi XVI e un chirurgo, certo Castellani, per aver esclamato che, dopo la morte del re di Francia, v'era alla fine uno sciocco ed un briccone in meno viene arrestato (ivi, p. 281).

Durante il resto dell'anno sì susse­guono le indagini per individuare i giacobini, mentre le osterie, in parti­colare quella di Pietro Nicolini, continuano ad essere i luoghi di ritrovo (e i centri di raccolta massonici) in cui qualche popolano lancia invettive anti-nobiliari.

E all'incirca in questo periodo che il già ricordato Giorgio Martinengo Novarino pericoloso bandito di stampo feudale, ma uomo accorto nelle umane vicende consiglia alcuni patrizi, fra cui il nipote Francesco Gambara a non lasciare che nell'imminente movimento i più caldi fautori dei Francesi si impadroniscano da soli di Brescia (L. F. Fé D'Ostiani, Brescia nel 1796 cit, p. 119). Così i Buoni Amici, nell'agosto 1793, festeggiano con un banchetto un tenore Angani che era stato boicottato da alcuni superbi signori "perché non era stato a render loro omaggio in occasione della rappresentazione di un'opera lirica". Questo primo pranzo imputato di giacobinismo è seguito da altri, che si tengono, per dar meno nell'occhio, sulla Motta, un piccolo colle che sorge nella campagna di Ghedi. Della loro organizzazione si occupano i Mondella, proprietari di terreni vicini, i Mazzuchelli e i Lechi. I giovani nobili, che nella consuetudine della fratellanza massonica accolgono anche borghesi e artigiani, in tali occasioni si coprono il capo con il berretto frigio e gridano "Viva la libertà!", facendo discussioni filo­sofiche e generali, come scriverà poi Giuseppe Lechi nelle sue memorie, ma volendo alludere dirà alcuni anni dopo Francesco Gambara più di tutto alla speranza della italiana libertà (F. Lechi, II miraggio cit. p. ).


Il primo grande processo si celebra nel novembre 1793. Vi sono coin­volti come imputati un impresario teatrale, Giuseppe Rossi (lo stesso se­gnalato l'anno prima), un avvocato, Antonio Ventura, uno scritturale, Bortolo Olivi, un sensale, un calzolaio e l'oste Pietro Nicolini. Per tutti l'accusa è di aver tenuto riunioni in un caffè dichiarandosi giacobini e nemici dell'ordine nobile. A conclusione delle indagini Ventura e Olivi vengono convocati a Venezia dove sono ammoniti, mentre Nicolini e i restanti componenti del gruppetto di sobillatori devono scontare pochi giorni di carcere a Brescia. Seguono, poi, altre ammonizioni a quattro abitanti del capoluogo (M. Berengo, La società veneta cit, p. 282).

È tuttavia nell'inverno 1794 che la lotta politica compie un salto di qualità. Emissari del governo francese convincono i giovani più irrequieti dell'aristocrazia bresciana ad unirsi ad altre forze, così la cerchia dei Buoni Amici si allarga, accogliendo borghesi ed artigiani, come vuole la fratellanza massonica, fra cui l'agrimensore Sabatti - già allievo di Coccoli - il figlio del direttore delle poste Giuseppe Rampini detto il maratino per le sue "tendenze frenetiche", Pietro Nicolini, il chincagliere Mazza.

Nell'aprile, infine, una quarantina di persone si radu­nano a palazzo Mazzuchelli per realizzare, come denuncia il rappresen­tante veneto Antonio Savorgnan al Consiglio dei Dieci, perniciose mas­sime di insubordinazione, illimitata libertà ed assurda eguaglianza (F. Lechi, Il miraggio cit. p. 8). Si tratta di una nuova adunanza massonico-giacobina. I giovani aristocratici (tutti già membri del Casino dei Buoni Amici), a stare ai resoconti del­l'epoca, provocano stupore e inquietudine aggirandosi per le vie della città con una certa uniformità di vestito dimesso, con un filo di barba sotto le orecchie, con capellina tonda cenerinea, un rozzo bastone che battono a terra camminando, un portamento della persona abbandonato e bislacco (M. Berengo, La società veneta cit. p. 283). Essi ci appaiono, riconsiderando gli avvenimenti nella loro profonda pro­spettiva storica, come l'ultima, sorprendente trasformazione di quei domi­natori che, nei secoli precedenti, avevano contrastato i pur contraddittori, limitati, paternalistici tentativi di tutela delle classi subalterne da parte della Repubblica di San Marco.


La veemenza dei discorsi pronunciati in occasione di quell'assemblea fa impensierire le autorità, che il 4 maggio attuano una clamorosa repres­sione. Il conte Federico Mazzuchelli e il nobile Carlino Arici vengono, infatti, arrestati mentre stanno uscendo dal teatro. In seguito sono chiamati a Venezia anche altri indiziati del gruppo dei nobili ribelli, insieme ad alcuni borghesi che a loro si erano uniti nel raduno di aprile, ossia i librai Colom­bo, Nicolini, Rampini e Sabatti. A tutti i sopracitati il Consiglio dei Dieci infligge la pena di qualche mese di detenzione, scontata nell'estate, i due nobili nei castelli di Verona e Bergamo, i borghesi in carcere (ma Nicolini riesce a fuggire prima dell'arresto). Gli altri congiurati sono ammoniti, mentre viene chiuso senz'altro il Casino dei Buoni Amici (F. Lechi, Il miraggio, cit, p. 8).

Nell'estate giunge a Brescia come Capitano e Vice-Podestà Giovanni Alvise Mocenigo, appartenente ad una delle più illustri casate patrizie di Venezia. E un uomo dal carattere duro, non disposto a transigere con le richieste della nobiltà eversiva locale (ulteriori notizie sul Mocenigo in L. F. Fé D'Ostiani, Brescia nel 1796 cit. p. 32 e Ugo Da Como, La Repubblica cit. p. 63).  Ma la situazione, malgrado i pro­cessi, non si calma.

 

Nel giugno del 1795 ecco infatti ricomparire gli aristo­cratici Giovanni Mazzuchelli, Carlino Arici, Giacomo Lechi, ideologo del gruppo, e con loro Giovanni e Francesco Caprioli, irrequieti rampolli di un'antica famiglia dalla tradizione sempre viva di intelligenti imprese, che protestano facendosi vedere in giro per la città con un'acconciatura per l'epoca strava­gante, in considerazione della loro condizione sociale: capelli alla brutus al posto della parrucca incipriata e barba al mento mostruosa come scrive inorridito il Mocenigo (M. Berengo, La società veneta cit. p. 285).

Era il segnale della ripresa del Terrorismo, sempre stando alle affermazioni del Rettore veneziano, poiché essi si erano uniti, con formale ossequio al principio di eguaglianza, in una specie di società segreta, ad un avvocato, un sellaio, un parrucchiere con il figlio. Sull'attività di questa singolare fratellanza di stampo massonico non si hanno peraltro notizie certe, mentre venne tenuta qualche riunione nella casa che doveva fungere da loggia dell'avvocato fiscale conte Gherardi, cognato dei Lechi, contro il quale era stato presentato un memo­riale, poiché voleva angariare tutta la popolazione coll'imporre nuove tasse (A. Frugoni, Breve storia cit. p. 41.74).

 

Intanto si ricostituiva anche il circolo dell'avvocato Ventura e del libraio Gioacchino Colombo, che radunava qualche oste, qualche commer­ciante, artigiani della seta.

 

I dispacci di Mocenigo a Venezia diventano sempre più affannosi a partire dal momento in cui egli viene a sapere che Giacomo Lechi, Federico Mazzuchelli e Carlo Arici sono partiti, senza permesso, per la Svizzera. C'è, infatti, il timore, da parte delle autorità, che essi poi fuggano a Parigi o a Bormio, cittadina nella quale vive lo zio bandito, il conte Galliano Lechi. Dietro pressioni del padre, Giacomo ritorna, ma una sera d'agosto a teatro, insieme ai suoi numerosi fratelli, dà vita ad una gazzarra, deridendo i nobili fedeli al governo veneto. Mocenigo, che è presente alla scena, ammonisce violentemente i giovanotti in pubblico, ordinando loro di restare confinati per venti giorni nel loro palazzo. Per tutta risposta Giuseppe e Angelo Lechi violano la consegna e se ne vanno a Bormio, dal temuto zio, e poi passano per Milano, a trovare i loro amici liberali. Solo grazie all'intervento del padre Faustino, che sfrutta le sue aderenze altolocate nella Dominante, i fratelli Lechi possono rientrare a Brescia, dove per qualche tempo restano relegati in casa.

 

Sulla fine del 1795, Giuseppe riprende, però, le sue escursioni, recandosi a Milano per stringere alleanze con i capi di alcune società gallofile e lì conosce emissari francesi. Su queste convulse vicende ha fornito nuovi elementi di cono­scenza e di riflessione Luigi Amedeo Biglione di Viarigi, che ha potuto recentemente consultare nell'Archivio Lechi di Brescia la corrispondenza originale tra il conte Faustino e i figli, nonché gli appunti e altri documenti inediti di alcuni protagonisti della rivoluzione giacobina (F. Lechi, Il miraggio cit. p. 9 e L. F. Fé D'Ostiani, Brescia nel 1796 cit. p. 158. Per le nuove acquisizioni documentarie, Luigi Amedeo Biglione Di Viarigi, I fratelli Lechi e la Repubblica Bresciano, in Napoleone Bonaparte, Brescia ci. pp. 105-108).

Si giunge così al 1796. Alla valanga degli eserciti francese e austriaco che sta per abbattersi sul suo territorio, la Repubblica Veneta risponde di nuovo con la neutralità, in linea con una tradizione di governo abituata a considerare come difetto il coraggio e come virtù la prudenza, nel caso in cui quest'ultima avesse evitato al Paese gravi e immediate sciagure. Ma i giorni del leone di San Marco sono ormai contati e ai patrioti non resta che attendere, dopo l'ar­rivo dei Francesi, il momento più opportuno per passare all'azione (sulla campagna napoleonica d'Italia del 1796-1797, Luigi Mascilli Migliorini, Le più fertili pianure del mondo. Storia e leggenda della campagna d'Italia, in 1796-1797 Da Montenotti a Campoformio: la rapida marcia di Napoleone Bonaparte, Roma, "L'Erma" di Bretschneider, 1997, pp. 18-26 e Marziano Brignoli, Le campagne napoleoniche d'Italia, in Napoleone Bonaparte, Brescia cit. pp. 27-40. Ai due saggi si rimanda per la bibliografìa specifica di carattere tecnico-militare).


La rivoluzione del 18 marzo 1797


Avviandoci al termine di questa ricognizione sulle origini della rivolu­zione del 18 marzo 1797, cercheremo di focalizzare alcune questioni inter­pretative generali. Benché l'interesse per la rivoluzione francese tra il 1789 ed il 1797 fosse stato a Brescia intensissimo, vi era, anche a livello di opinione pubblica qualificata, una scarsa conoscenza sulle varie graduazioni degli schieramenti politici d'Oltralpe.

Tutto veniva ricondotto allo scontro tra il partito giacobino e il partito realista, senza distinzioni ulteriori. Così la condanna e l'esecuzione di Luigi XVI ebbero una vastissima eco e furono viste ora con dissenso e paura, ora con approvazione, mentre ad esempio la scomparsa di Robespierre e dei suoi seguaci apparve soltanto di sfuggita nei dibattiti cittadini.

Perciò non stupisce che l'immagine di Bonaparte abbia finito per identificarsi con quella di tutte le idealità repubblicane, di tutte le rivendicazioni politiche e sociali.

I massoni bresciani nel Settecento si identificano in molti casi con i rivoluzionari e con i giacobini.

Quando scoppierà la rivoluzione a Brescia, le voci di Robespierre, di Saint-Just saranno ormai mute da tempo e appena spenta risulterà quella di Babeuf con le loro speranze di palingenesi morale e sociale. Dalle armate del Direttorio i nobili bresciani non avranno nulla da temere e la corrente guidata dai nobili eversori avrà subito ragione dello sparuto gruppo estremista borghese.

A Brescia, nella giornata rivoluzionaria del 18 marzo 1797, il popolo in quanto massa fece la sua com­parsa soltanto alla fine e soltanto per qualche momento, rivelando in ogni caso tutta la sua ostilità nei confronti della rivoluzione, come con ricchezza di documentazione ha dimostrato nelle sue ricerche di questi anni Luciano Faverzani (su questo aspetto della giornata del 18 marzo 1797, Luciano Faverzani, Brescia e Venezia, Maggio 1796-Marzo 1797, in Studi Veneziani, n.s, XXVI, 1993, pp. 327-330; id. Sulle mine del dispotismo, Brescia, Comune di Brescia-Musei Civici d'Arte e Storia Quaderni della Biblioteca, 1995, pp. 44-52; id. Il giuramento e la presa del Broletto, in Napoleone Bonaparte, Brescia cit., pp. 101-104).


Deve quindi essere ribadita l'assoluta centralità dell'azione svolta da esponenti dell'aristocrazia locale non soltanto nell'organizzazione della giornata del 18 marzo 1797, ma anche nella sua preparazione remota. Il vecchio Stato veneziano non era per loro riformabile, poteva solo essere portato a conclusione per cancellare l'antica identità istituzionale e sociale, che era riuscita a creare un equilibrio capace, nonostante tutto, di resistere, nel Bresciano, trecentosettantuno anni.

 

E assai dubbio, del resto, che anche l'eventuale associazione al governo centrale di notabili di Terraferma bre-sciana avrebbe consentito un miglioramento della situazione interna. E più probabile, invece, che sarebbe aumentata la confusione del quadro comples­sivo.

 

Al tempo stesso mancavano però, a Brescia, forze borghesi forti, omogenee, attrezzate ideologicamente e politicamente organizzate, in grado di proporsi come classe dirigente alternativa capace di conquistare il potere. Il quadro delineato nell'ultima parte della ricerca ha permesso, non a caso, di rintracciare qualche piccolo gruppo cittadino di opposizione di estrazione borghese, ma proprio da tale quadro crediamo sia emersa palesemente l'esiguità e la disomogeneità delle forze reali di cui quel fronte alternativo poteva disporre. Esso finì anzi per svolgere la funzione di fornire una copertura sull'ala del radicalismo rivoluzionario e infatti alcuni borghesi precedentemente incontrati (ad es. il libraio Gioacchino Colombo e Pietro Nicolini) saranno sistemati come segretari dei Comitati insurrezionali guidati dai nobili eversori (su quaranta componenti dei Comitati rivoluzionari - una sorta di ministeri per am­ministrare la vigilanza la finanza, i viveri, la pubblica istruzione, ecc.- ben venti apparteneva­no a famiglie nobili Ugo Da Como, La Repubblica cit. pp. 83-84 e F. Lechi, Il miraggio cit. p. 24).


Soltanto certi settori dell'aristocrazia, insomma, possedevano l'influenza e la preparazione necessarie per gestire l'operazione che avrebbe portato all'abbattimento dell'Antico Regime con la protezione determinante del­l'esercito straniero del generale Bonaparte.

 

Chi erano dunque i capi del movimento antiveneziano, Francesco Gambara, i fratelli Giuseppe, Gia­como, Angelo, Bernardino e Teodoro Lechi, Giovanni e Francesco Caprioli, Federico, Francesco e Luigi Mazzuchelli, Carlo Arici, Francesco e Gaetano Maggi, Marco Antonio Peroni, Pietro Foresti, Giuseppe Fenaroli, Estore artinengo Colleoni? Che cosa li accomunava? Che cosa socialmente e politicamente rappresentavano? Sta qui, forse, il segreto della rivoluzione del 18 marzo.


Gambara, Caprioli, Martinengo-Colleoni, Maggi, Fenaroli sono anti­chissime casate nobili rurali, già note a partire dai secoli XIII-XIV, famose per fasto, ambizione e abitudini violente. Tutte figurano nella Matricola Malatestiana del 1406, come pure tra le firmatarie del patto con Venezia del 1426. Sono le famiglie del cosiddetto patriziato originario, inserite nel Consiglio cittadino già prima della serrata del 1488. Le accomuna, però, l'insofferenza per i tentativi di controllo da parte di Venezia (memorabile nell'immaginario collettivo della cittadinanza era rimasta, del resto, l'impari lotta dei Rettori per sedare gli scontri provocati dalle loro rivalità e dalle loro prepotenze ai danni dei sudditi nel corso soprattutto del Seicento e ancora nel Settecento), che si unisce al risentimento per l'esclusione dal governo centrale della Repubblica. Dalla curiosità iniziale i componenti più accorti di queste famiglie, in genere i giovani discendenti, passeranno al consenso pieno per gli ideali della Rivoluzione francese, che diverranno la giustificazione del loro malcontento anti-veneziano.

 

L'autonomismo munici­pale di stampo aristocratico si trasformerà, quindi, nientemeno che in rivendicazione della sovranità popolare.


Il nucleo del movimento rivoluzionario bresciano è però dato, oltre che dai patrizi finora ricordati, dai giovani delle famiglie Mazzuchelli, Lechi e Arici, che giungono all'appuntamento della Storia con alle spalle vicende familiari diverse rispetto a quelle che abbiamo illustrato finora.

 

I Mazzu­chelli sono in origine, infatti, piccoli industriali di ferrami provenienti dalla Valle Trompia, ammessi nel 1526 al patriziato bresciano. In seguito tro­viamo nella famiglia liberi professionisti (avvocati, medici), che accrescono le loro già cospicue fortune attraverso un'accorta politica matrimoniale. Solo nel 1736 vengono insigniti del titolo di Conti per concessione veneta, ma il loro prestigio aumenta anche grazie all'attività erudita di Gianmaria, autore della monumentale opera Gli scrittori d'Italia. A livello di vita cultu­rale, cosi, sarà proprio la famiglia Mazzuchelli a farsi interprete della scuola illuministica milanese prima, delle idee provenienti dalla Francia poi.


La nobilitazione dei Lechi, le cui attività inizialmente sono nella libera professione (il giureconsulto Orazio è stimato nel secolo XVI) o imprendi­toriale (risultano proprietari di una ventina di fucine a Lumezzane al princi­pio del Settecento) è ancora più recente, avviene nel 1745, quando la Re­pubblica di Venezia concede anche a loro il titolo di Conti con alcuni feudi in Veneto e in Friuli, ma essi non verranno ammessi mai nel Consiglio cittadino e su di loro graveranno voci popolari poco lusinghiere.

 

Gli Arici, infine, pur appartenendo al patriziato originario, hanno avuto problemi con il principale organismo istituzionale bresciano, essendone stati esclusi agli inizi del Seicento per aver derogato dallo stato nobiliare e riammessi sola­mente un secolo dopo. Il risentimento del giovane Carlo nei confronti di coloro che hanno emarginato per così lungo tempo la sua famiglia assume toni talmente esasperati da produrre un ripudio da parte dei suoi stessi parenti (sul patriziato e sulla nobiltà bresciane, oltre A. A. Monti Della Corte, Le fami­glie cit. utili anche P. Guerrini, Araldica. Famiglie nobili bresciane, Brescia, Edizioni del Moretto, 1984, pp. 167-186, 255-283 (ristampa) e in particolare per i Lechi e i Mazzuchelli le agili sintesi di Antonio Fappani, Enciclopedia Bresciana, Brescia, Edizioni La Voce del Popolo, 1987, vol. VII, pp. 102-116 e 1992, vol. IX, pp. 62-68. Su tutte le principali casate che ebbero un ruolo nella rivoluzione del 1797 (Arici, Caprioli, Fenarolì, Gambara, Maggi, Martinengo Cesarcsco e Martinengo Colleoni, Peroni), nei vari volumi in ordine alfabetico della stessa opera lo studioso fornisce le informazioni che costituiscono un punto di riferimento da cui procedere per approfondimenti Notevole, infine, il recentissimo S. Onger, Caro figlio stimato padre. Famiglia, educatone e società nobiliare nel carteggio tra Francesco e Luigi MaiucheUi (1784-1793), Brescia, Grafo, 1998).


La passione antitirannica scaturita nei rivoluzionari giacobini francesi dalla negazione di tutto il vecchio mondo per riplasmare nei suoi fonda­menti la società umana, si tramuta a Brescia nella rielaborazione com­piuta dai giovani di questa parte della nobiltà locale in opposizione al dominio veneziano che non intende intaccare, però, i rapporti sociali di predominio sulle classi subalterne.

Il sistema di governo cui si punterà sarà quello fornito dal modello napoleonico che consentirà l'affermazione, anche a livello politico, dei settori della nobiltà tenuti ai margini del potere durante la dominazione veneziana.

 

Gli esponenti più giovani dell'aristocrazia bre­sciana troveranno, infine, negli alti incarichi nelle armate bonapartiste l'op­portunità di coniugare la loro ambizione individuale e il patriottismo, legan­do a sé con forti vincoli ideali e di amicizia quei concittadini che, inquadrati negli eserciti napoleonici, saranno disposti a seguirli dalla Svizzera ad Ulma e Austerlitz, dalla Spagna alla Russia, in una serie di campagne memorabili e sanguinose (sull'importante ruolo svolto dal nuovo gruppo dirigente bresciano anche in età na­poleonica, E. Bressan, Marcheschi e giacobini cit. p. 77; Filippo Ronchi, Brescia nel periodo rivoluzionario e napoleonico, in Giovita Scalvini. Un Bresciano d'Europa. Atti del Convegno di studi, Brescia 28-30 novembre 1991, a cura di Bortolo Martinelli, Brescia, Stamperia Fratelli Geroldi, 1993, pp. 47-52. Sulla integrazione dei nobili bresciani protagonisti della rivoluzione del 18 marzo 1797 nei massimi gradi della gerarchia militare durante le campagne napoleoni­che, F. Lechi, Il miraggio cit. pp. 37, 72, 84-85, 90, 97-98). 

L’Accademico Filippo Ronchi in Rassegna storica del Risorgimento anno 1999 (pp. 344-354).

Loggia Amalia Augusta.PNG

Diploma della Reale Loggia Amalia Augusta

al Museo del Risorgimento di Brescia

PARTE SECONDA - XIX secolo

 

La Massoneria bresciana durante il periodo Napoleonico e la R. L. Amalia Augusta di Brescia.

[Riferimento studio storico di  Enrico Oliari, LA R.L. AMALIA AUGUSTA DI BRESCIA - Uomini illustri per una "rivoluzione massonica", HIRAM n. 3/2019, p. 21-32, https://www.grandeoriente.it/magazine/hiram-3-2019/].

 

La Massoneria ebbe una forte espansione sotto il dominio napoleonico. Ad essa appartenevano infatti i più alti dignitari dello Stato, generali, magistrati funzionari governativi e gli stessi membri della famiglia imperiale. 

Dopo la pace di Campoformio del 1797 Brescia è aggregata alla neonata Repubblica Cisalpina. Sono anni di grande fermento per i Massoni bresciani, tutti filonapoleonici e legati alle vicende francesi.

Le alterne vicende di Brescia, che in quegli anni è contesa tra l'Austria e la Francia, investono direttamente i Massoni bresciani. La Repubblica Cisalpina venne sciolta in seguito alle sconfitte patite dalla Francia ad opera degli eserciti austro-russi (Guerre napoleoniche della seconda coalizione) nell'agosto del 1799 e i giacobini e massoni bresciani sono costretti a fuggire e quelli che non fuggono sono incarcerati. Nella primavera del 1800 Napoleone contrattacca e vince a Marengo, mentre dalla Svizzera scende in Lombardia una divisione francese, entro la quale agisce la Legione italica, che Giuseppe Lechi ha formato a Digione con molti fuoriusciti italiani (P. Guerrini, op. cit.).

Restaurata l'influenza francese, con la costituzione della nuova Repubblica Italiana, il territorio di Brescia è nel dipartimento del Mella, ad esclusione della Valcamonica, passata a Bergamo.

 

Quando nel 1805 Napoleone diventa imperatore dei francesi e re d'Italia, diventa viceré d'Italia Eugenio Beauharnais e vice regina Amalia Augusta Beauharnais ed è a lei che verrà intitolata la Loggia che i Massoni bresciani costituiranno nel 1806. Amalia Augusta è figlia di re Massimiliano I di Baviera. I due si sposarono il 14 gennaio del 1806 e Beauharnais fu nominato viceré nel giugno successivo; i due coniugi arrivarono nello stesso anno a Brescia per una visita di due giorni “fra cannoni e campane”, probabilmente il 10 novembre, quando il viceré approvò il progetto della costruzione nella brughiera di Montichiari di un enorme campo fortificato per le truppe italo-francesi. Nei suoi soggiorni bresciani Eugenio di Beauharnais era solito soggiornare presso la casa del conte Giuseppe Fenaroli Avogadro, massone come lui: Beauharnais divenne il primo Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, mentre Fenaroli Avogadro frequentò dapprima una loggia a Milano, per poi partecipare a Brescia alla costruzione della R.L. Amalia Augusta.

Già notevole è la presenza bresciana nel primo Grande Oriente costituito a Milano nel 1805 sotto la presidenza dello stesso Vicerè Eugenio. In esso ebbero cariche dignitarie i bresciani generali Mazzuchelli, Giuseppe e Teodoro Lechi, il barone Antonio Sabatti. Tra i Massoni che più frequentavano l'entourage del principe Eugenio, il Luzio cita Fenaroli e Mazzuchelli.

Nel giugno 1805 il gen. Giuseppe Lechi «Gran Maestro del Grande Oriente» interveniva ad una seduta di cinque Logge milanesi e di quella bergamasca, dichiarando di essere incaricato "di unire i due Grand'Orienti in uno solo e medesimo corpo" per fare della Massoneria un unico "centro di luce" in Italia. Il Lechi verrà poi chiamato a far parte del Supremo Consiglio di Sovrani grandi Ispettori Generali di 33° grado. Nell'Ordine Massonico del Grande Oriente rivestirono alti uffici Fenaroli e Mazzuchelli (Enciclopedia bresciana di Antonio Fappani, cit.).

Per sostenere in un ambiente di palazzo degli Uggeri la costruzione della loggia, intesa come Officina ma anche come Casa materiale, intervennero fratelli da fuori, ed Antonio Zieger nel suo I Franchi Muratori del Trentino indica un legame particolare tra la Massoneria bresciana e quella trentina: “L’exgiacobino di Innsbruck Francesco Filos, che si trovava da tempo a Brescia, venne invitato nel ‘novembre 1806 in una casa ove una conventicola di sei persone trattava di fondare una Loggia di Franchi Muratori che ebbe fino a più di cento individui e si adunava ogni venerdì in casa Luzzago alla Carità’. Il Filos vi diventò II Sorvegliante e preparò la strada ad amici e consenzienti suoi; ma non era sufficiente il contributo di uomini trentini: dal nostro paese dovevano venire anche i legnami per preparare tutto l’occorrente di oggetti massonici. E questo fu marcato in un discorso del venerabile Jacopo Perderzoli di Gargnano: ‘Dai Tridentini Monti vennero i cedri che ne sostegno la volta e gli ebani e gli ulivi, onde si composero effigiati, o scelti i sacri utensili” (Antonio Zieger,  I Franchi Muratori del Trentino, Pro Cultura, Cassa Rurale di Villazzano, 1981).

La prima testimonianza certa della presenza nel bresciano della Massoneria in forma organizzata riguarda quindi la R.[Regia] L.[Loggia] SC.[Scozzese] Reale Amalia Augusta all'Or.[Oriente] di Brescia, viene aperta e solennemente inaugurata nel 1806, nata per opera dei Massoni milanesi della Loggia Josephina e dipendente, secondo il Guerrini, dall'Oriente di Milano.

L'8 febbraio 1807 la Loggia venne installata costituzionalmente e nello stesso giorno ebbe luogo la consacrazione del Tempio.

Il 9 aprile 1807, per festeggiare la nascita della principessina figlia della viceregina, eroga L. 383,76 a favore dei danneggiati dell’incendio di Vezza d’Oglio (vedi in Enciclopedia bresciana – voce Massoneria di Antonio Fappani).

Il 2 ottobre 1807 viene inaugurato il vessillo.

Ebbe come simbolo l’Uroboro, il serpente che si mangia la coda e che nello gnosticismo e nell’alchimia rappresenta la teoria dell’eterno ritorno, la natura ciclica di ogni cosa. Un diploma successivo indica tuttavia come simbolo due triangoli sovrapposti a mo’ di Stella di Davide, con al centro cerchi ed ai lati rami d’acacia.

La Loggia Amalia Augusta viene citata ufficialmente nel 1808, a tre anni dalla costituzione del Grande Oriente d'Italia, nell'occasione di un'assemblea per la reciproca affiliazione ed amicizia con il Grande Oriente di Francia, durante la quale l'Oratore parla della costituzione di numerose Logge e precisa che in questa nostra di Brescia è stato eretto anche il "Capitolo dei Sublimi Cavalieri".

 

Nel 1808 la Loggia, auspici il Venerabile Ostoja e il Segretario Pagani, delibera i suoi nuovi ordinamenti locali, contenuti in un opuscolo stampato alla macchia, ma in Brescia, dal titolo: “Discipline della R.L.Amalia Augusta all’Or[iente] di Brescia” (Altri documenti dell’Amalia Augusta sono ritrovabili nelle pubblicazioni del massone Nicolò Bettoni, conservate nella Biblioteca Queriniana e negli Atti dell'Ateneo di Brescia scritti da Paolo Guerrini, che in parte vedi anche di seguito, e altri ).

Il Disciplinare di Loggia, introdotto dopo l’approvazione del Grande Oriente “del giorno 25° del 3° mese del corrente anno” (25 maggio 1807, nda), riporta fra i molti punti che:

Le tavole sinora scritte in fogli volanti saranno raccolte ed unite in tre rispettivi volumi, compiti da un indice generale, e passati all’Archivio“ e che “si fissa il terzo banchetto d’obbligazione per questa R.L. al giorno 21° del mese 1° di ciascun anno; e se ne fissa pure un quarto al giorno 21° del mese 7° per celebrare l’epoca nella quale il sole, fonte di luce e di vita, ricomincia il maestoso apparente suo corso, e quella in cui quest’astro benefico giunge alla meta del gran cerchio ch’egli descrive annualmente nella immensità degli spazj, onde quaggiù si rinnovella, ed è maturo nelle stesse rispettive epoche il vicendevole aspetto della natura”. Il Disciplinare indica anche le capitazioni, ovvero le “tasse, mancie e prezzi”, e come metro si tenga presente che un muratore a Brescia guadagnava agli inizi dell’Ottocento intorno a 1,75 lire al giorno:

“1. Per tassa d’iniziazione di un Appr.             L. 40 - 60

     di promozione a Compagno “                            15 - 25

     idem al grado di Maestro “                                30 - 40

 2. Per tassa di affiliazione, oltre la

     volontaria elemosina prescritta dall’art. (-)

 3. La mancia ai Fratelli Serventi in

     ognuno dei casi d’iniziazione e

     promozione sarà di................................”        — 2 —

4. La tassa fissa personale di ciascun

    membro della L. è determinata in

    lire tre al mese, sono annue.....................”       — 36 —

   Pel diploma...............................................”        — 6 —

   Pel fregio comune in argento.................. “        — 5 —

   Per l’abito di Apprendente.....................”           — 5 —

   Pel nastro, ed ornamento dell’abito

   in celeste ai Maestri...............................”          — 12 —

5 del capo, e titolo suindicati...................”       20 – 30

Nel documento venne precisato che “I figli de’ Massoni pagano le tasse di recezione nella stessa misura degli altri”, e che “I Membri onorarj, i Soci liberi, ed i Fratelli artisti sono esonerati dalle tasse annuali di Loggia”. Sono poi previste delle ammende, di 3 lire per chi non si attiene ai doveri della carica o dell’ufficio, di una lira “Per le indecenze, sussurri, e disturbi di qualunque modo, che si commettono in tempo de’ lavori”, di 40 lire “Per l’abuso delle qualità profane onde influire, od imporre nelle deliberazioni“, di 5 lire per chi non osserva il regolamento.

Nell’Enciclopedia Bresciana Fappani indica Francesco Filos (1772 - 1864) come “bresciano d’elezione”, ma il patriota, soldato, scrittore, magistrato e funzionario di polizia visse in realtà più nel Tirolo meridionale che nel bresciano, tanto che fu viceprefetto a Cles e a Bolzano, presidente dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, città che lo vide, in età ormai avanzata, commissario di polizia. Vero è che operò a Brescia, dapprima come segretario della municipalità per il quarto rione cittadino, poi come segretario della Guardia nazionale e quindi con diversi incarichi amministrativi. In partenza per Cles ebbe a scrivere: “Presi congedo frenando per punto d’onore a stento il pianto, cui lasciai libero sfogo al sortire dalla città, dopo quattordici anni di felicissima vita”.

 

Perché, vien da chiedersi, Filos ed altri trentini tra cui l’abate Scevola parteciparono alla fondazione della R.L. Amalia Augusta e preferirono essere attivi nella Libera Muratoria bresciana?

Già nel 1801 il vulcanico Giacomo Bacca, medico, aveva fondato a Trento la R.L. Nettuno, attirandovi personaggi in vista della comunità tridentina tra cui il giurista Giandomenico Romagnosi, il conte Girolamo Malfatti, il magistrato Giuseppe Tosetti, il conte Bartolomeo Bortolazzi, l’abate Bartolomeo Mosca, il segretario comunale Francesco Calderoni, il pretore Luigi Cheluzzi ecc. La loggia trentina Nettuno nacque quattro anni prima del Grande Oriente d’Italia, ma fu legata al mondo massonico francese soprattutto ad opera del trentino Bacca, che si era laureato in medicina a Strasburgo, che lì era stato iniziato alla massoneria e che una volta rientrato a Trento aveva portato quello specifico bagaglio fatto anche dei suoi molteplici legami personali con il mondo massonico francese ed europeo; al contrario la massoneria italiana, per quanto “istituzionalizzata” dai francesi, aveva il pieno desiderio di essere “autocefala”, come osserva il Mola (Aldo A. Mola, op. cit., p. 82). Così i trentini “desideravano avere una propria loggia a Trento per contrapporla alla propaganda dell’Amalia Augusta di Brescia. La dipendenza dal Grande Oriente d’Italia non garbava troppo al Bacca, suddito devoto e fedele. Egli s’era sempre mantenuto in relazione con i vecchi conoscenti del Grande Oriente di Parigi…” (Antonio Zieger, op. cit., p. 78). Vi sono certamente anche motivi pratici che tuttavia non escludono il primo. Uno lo indica lo stesso Filos nelle sue Memorie e confessioni di me stesso, pubblicate postume: egli era stato uno degli studenti tirolesi di lingua italiana che a Innsbruck avevano preso parte nel 1793 alla costituzione di un circolo giacobino; per tale motivo venne arrestato e condannato a quattro mesi con un giorno di digiuno settimanale, per quanto “l’arresto si è continuato nelle medesime stanze del collegio, e il digiuno non conobbi che di nome” (Francesco De Filos, Memorie e confessioni di me stesso, Ugo Grandi Tip., 1924). Dichiaratamente filofrancese e conoscente personale di Gioacchino Murat e del generale Giuseppe Lechi (che aveva ceduto il posto di Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia al viceré Eugenio), Filos dovette scegliere fra la conservatrice e filoaustriaca Trento e la “rivoluzionaria” Brescia, per lui più sicura: “gettai il dado e passai il Rubicone della mia sorte, perché da quel punto mi separai dalle cose patrie, ed a quelle che si maturavano in Italia m’immedesimai" (Francesco De Filos, op. cit.).

Di Filos è stato stampato il discorso recitato all’Amalia Augusta per “la recezione di tre neofiti, del giorno 26 del mese 12 dell’anno di vera luce 5807”, orazione che segue l‘iniziazione in cui il Sorvegliante afferma che “Tutto ciò che avete udito sin ora, tutto ciò che in questo simbolico tempio si offre a vostri sguardi se con mente profana è considerato, non altro presenta che un vano apparato di mistiche frasi, di frivole cerimonie, e di fantastici emblemi. Ma levato il velo de’ sensi, e contemplati al lume della filosofia questi oggetti scoprono all’intelletto le più sublimi idee sulla natura dell’uomo, sui rapporti co’ suoi simili, e sui destini, e sulla meta di sua esistenza sopra la terra. Quelli ai quali ottuso ingegno, o radicate profonde prevenzioni affascinano invincibilmente lo spirito, quelli non giungeranno mai alla conoscenza delle verità naturali che ci indicano questi segni, e l’inferme loro menti non potrebbero reggere al vivo loro splendore. Per questa parte dei nostri simili sono fatte le rivelazioni, gli idoli, i miracoli, e i Sacerdoti che parlano per bocca di Dio. Per loro discendono tra tuoni, e fulmini le tavole di marmo dal Cielo, per loro le ninfe Egerie inspirano i Re; per loro il Dio della natura veste forme umane, per loro la Colomba porta al Profeta gli oracoli del Cielo. E sebben la ragione sia il retaggio comune e caratteristico di tutta la nostra specie, convien però confessar con dolore che in assai pochi si coltiva, e si sviluppa all’uso per cui dall’autore della natura fu all’uomo compartita. Egli è perciò che in tutt’i tempi, e presso tutte le nazioni si sono veduti i saggi separarsi dal volgo e in nascosti recessi professare le idee, e i principi, che coll’ajuto della sola ragione aveano saputo svolgere dalla natura delle cose. Quindi qualificava il volgo di misteri quelle pratiche segrete che da saggi erano rivolte alla reiezione d’ogni mistero, ed allo scoprimento delle verità naturali. Eleusi, Babilonia e Menfi furono le sedi principali dei nostri antecessori, e i nomi di queste illustri Città, sono tuttora sacri nella storia de’ nostri riti. Pitagora, Licurgo, Solone, Socrate vi peregrinarono e penetrando in quei Santuari parteciparono agli arcani dogmi della ragione che vi si professavano, e ne riportarono quelle idee di carità, di giustizia, e di uguaglianza che spirano le loro istituzioni, e che sono il veicolo del consorzio umano. Che se noi non abbiamo direttamente da loro le denominazioni, i riti, e le formalità, egli è certo che abbiamo con loro comune l’istituto, lo scopo, e gli emblemi che racchiudono le principali idee della nostra scienza. Anche presso di loro fu il triangolo il simbolo della perfezione, quindi della Divinità, il Livello quello dell’eguaglianza, la Serpe ravvolta a cerchio quello dell’unione, il compasso quello della rettitudine, la Leva quello della forza, e il Martello quello del travaglio a cui la natura ha l’uomo destinato”. (…) “Migliorar dunque l’uomo è l’oggetto del nostro istituto, e sebben questo sia l’oggetto comune a tutte le religioni e spente, e ancor viventi, la diversità de mezzi però che s’impiegano costituisce una essenziale differenza negli istituti. Nella massa degli uomini appo la quale il germe delle facoltà intellettuali non è stato da raggio di luce alcuna fecondato, ma incoltivato rimase, o soffocato da opinioni preocupanti, il raziocinio non penetra, e l’evidenza dei principi i meglio dimostrati non ha effetto”.

Numerose sono le testimonianze dell’attività della Loggia e soprattutto di quella letteraria ed artistica, spesso connessa con la celebrazione di avvenimenti bellici, politici e civili che vedono impegnati direttamente gli affiliati, come nel caso dell’entrata in Spagna dell’esercito guidato da Giuseppe Bonaparte, del quale sono componenti tre generali bresciani: Giuseppe e Teodoro Lechi e Luigi Mazzucchelli (per un approfondimento relativo ai lavori dell’Amalia Augusta si rimanda sempre al Guerrini, alle carte della biblioteca Pagani, conservate alla Biblioteca Queriniana di Brescia e, ancora, alle pubblicazioni di Nicolò Bettoni).

Della Reale Loggia Amalia Augusta sono ulteriore testimonianza altri scritti, tra cui un “piccolo opuscolo di sei pagine della Raccolta Bertarelli di Milano, intitolato: ‘Installazione costituzionale della R[ispettabile] L[oggia] Sc[ozzese] Reale Amalia Augusta all’Or[iente] di Brescia e consacrazione del Tempio”, che riporta assieme alla cronaca dell'avvenimento versi del ven. P. Pederzoli, del fratello Terribile G.M. Febrari, del fratello Eutimio Carnevali; un discorso del fratello G.B. Pagani.

 

Oltre alle solite cariche interne, la Loggia, “aveva uno speciale consiglio di nove membri, che formavano la giunta direttiva intorno al Venerabile, e uno speciale ‘Capitolo dei Sublimi Cavalieri Eletti’ che costituiva la classe privilegiata e distinta dei provetti”. (Costituito il 5 giugno 1808 dallo stesso Grande Oriente di Milano).

La Loggia aveva sede nella contrada della Salute alla Carità, (vicolo S. Zanino) n. 84, nel palazzo deglu Uggeri, lo stesso che ospita il salotto di Bianca Uggeri, che come abbiamo visto era luogo di ritrovo di Massoni e sede del nucleo originario che ha dato vita alla nuova officina.

 

Un'altra probabile sede delle riunioni della Amalia Augusta è la villa Richiedei di Gussago. Tra i FFr. fondatori della Loggia troviamo infatti Pietro Richiedei, che nell'elenco pubblicato dal Guerrini viene indicato come "Archivista aggiunto" (vedi galleria fotografica delle pagine dell'elenco dei FFr. della Loggia). I Richiedei sono una famiglia di Liberi Muratori che è tuttora esistente e continua la tradizione massonica a Brescia, sono una delle più antiche dinastie di fabbricanti d'armi (Antonio Richiedei venne creato conte nel 1770). Pietro venne arrestato come congiurato liberale e condannato dall''Austria allo Spielberg. Un suo cugino, Paolo (1795-1869), fu mecenate di artisti come il Basiletti e l'Inganni. In villa Richiedei si trovano decorazioni con simbologia massonica e la distribuzione in una sale a piano terra fa pensare che ospitasse un Tempio; interessante anche la disposizione esoterica del giardino (S. danesi, op. cit.).

Le sedute ordinarie si tenevano ogni venerdì.

Caldeggiarono la diffusione della Massoneria a Brescia soprattutto l'abate calabrese Francesco Salfi, Giacomo Pederzoli di Gargnano, Giovanni Battista Pagani cui Alessandro Manzoni manderà il famoso carme di intonazione massonica "Il Trionfo della Libertà". Di tutti costoro parleremo pi avanti approfonditamente.

Furono fondatori della prima Loggia bresciana e sono citati con tale titolo come una distinzione onorifica nel loro Albo massonico: il tipografo Nicolò Bettoni, il medico Gaetano Castellani, il giudice Francesco Filos, Giacomo Pederzoli, Antonio Porcari, Antonio Sabatti, l'abate Luigi Scevola e Girolamo Vidali. Si tratta di personaggi di rilievo, a cominciare da Bettoni (1770 - 1842), non un semplice stampatore bensì, come fa notare il professor Alberto Cadioli, docente di letteratura italiana all’Università di Milano, “il prototipo del moderno editore, poiché investe in progetti editoriali e interviene filologicamente sui testi” (Georgia Schiavon, Il tipografo voluto da Foscolo, Il Mattino di Padova, 5 genn. 2009), egli era di Portogruaro, arrivò a Brescia come inviato di Napoleone quale segretario generale della Prefettura del Mella. Nel 1819 arrivò ad avere 5 tipografie, di cui una a Milano ed una a Padova. Fu amico di un altro iniziato della R.L. Amalia Augusta, Ugo Foscolo, per il quale stampò la prima pregiata edizione de I Sepolcri. Un’amicizia che però conobbe momenti di aspro scontro, come nel 1810 per via delle manie di perfezionamento del Foscolo: “Allorché mi proponeste la stampa di alcune vostre produzioni, me ne rallegrai, e venutovi a Brescia a tale oggetto, ho desiderato che da voi dettate fossero le condizioni riguardanti l’interesse dell’autore, e del tipografo, alle quali mi uniformai ciecamente. La mia abitazione divenne quasi la vostra; la mia tipografia era a vostra disposizione; ogni vostro cenno era quasi una legge, giacché ordinato avea che fosse fatta la vostra volontà. Quasi ogni giorno i compositori erano obbligati a rifare alcune pagine, già preparate per la stampa; e per tal modo si raddoppiava la spesa della composizione” (Nicole Bettoni, Alcune verità a Ugo Foscolo, Bettoni, 1810. Come in Alberto Cadioli, Le prime edizioni dei sepolcri, https://air.unimi.it/ retrieve/handle/2434/ 252074/344824/Le%20prime%20edizioni%2 0dei%20Sepolcri.PDF).

 

Della partecipazione di Foscolo all’Amalia Augusta parla anche Aldo Mola ne Storia della Massoneria italiana: “Anche Ugo Foscolo (futuro massone della loggia “Amalia” di Brescia gli aveva dedicato l’ode A Bonaparte liberatore…”(Aldo A. Mola, Storia della Massoneria in Italia, Bompiani, Milano 2019, p. 64), mentre per un approfondimento su Foscolo massone si rimanda a Marco Rocchi, Ugo Foscolo, un poeta massone tra Illuminismo e Romanticismo, articolo pubblicato nel 2018 su Hiram, rivista del Grande Oriente d’Italia. 

Elementi di simbolismo massonico (agapi, feste di S. Giovanni d'estate e di S. Giovanni d'inverno, festa della consacrazione del Tempio, ecc.) ricorrono nelle pubblicazioni d'occasione stampate da Nicolò Bettoni. Fra i massoni bresciani risultano i generali napoleonici Lechi e Mazzuchelli, i ciambellani di corte conti Fenaroli e perfino gli abati Bianchi, Salfi, Scevola.

I "fratelli": si dividevano in cinque gradi, distinti con una iniziale: A. - Apprendista o neofito; C. - Catecumeno o iniziato; M. - Muratore; M.S. - Maestro superiore; M.A. - Maestro affigliato; oltre alle solite cariche interne di Venerabile, Oratore, Segretario, Maestro di cerimonie, Elemosiniere.

La Loggia aveva uno speciale consiglio di nove membri, che formavano la giunta direttiva intorno al Venerabile e uno speciale "Capitolo di Sublimi Cavalieri Eletti" che costituiva la classe privilegiata e distinta dei provetti.

La Loggia fu chiaramente filonapoleonica come dimostra il panegirico sul "Serpe" simbolo dell'immortalità, recitato da Ferdinando Arrivabene e pubblicato in "Tavole Massoniche" (Brescia, per Nicolò Bettoni A.D.V.L. 5810 anno di vera luce, 1810).

 

Ne fu primo venerabile Giacomo Pederzoli e, secondo il «Quadro de' membri componenti la risp. L.R. Amalia Augusta all'Or. di Brescia» compilato nel 1809 quando la Loggia bresciana era nel suo massimo sviluppo, comprendeva: 12 Dignitari onorari, 6 Maestri onorari, 103 Fratelli originari e 19 Maestri affigliati: complessivamente 140 Massoni, in gran parte bresciani di origine, altri bresciani di residenza o di relazioni.

Giacomo Pederzoli (1752 - 1820) fu il primo maestro venerabile della R.L. Amalia Augusta. Di lui ripercorre la vita Francesco Gambara, “deplorandone amaramente l’acerba perdita”: figlio di Giambattista, vicario della Repubblica di Venezia in diverse città (Francesco Gambara, Notizie intorno Giacomo Pederzoli di Gargnano, Tip. Vallotti, 1821) ed incaricato di risolvere a Rovereto alcuni contenziosi la parte austriaca, non terminò gli studi di legge a Padova per dedicarsi alla letteratura e soprattutto al teatro, traducendo opere drammatiche dal francese ed anche scrivendo l’operetta Dialogo fra un Parroco di Campagna, ed un Negoziante di grani. Nella sua casa sul Garda fece costruire un piccolo teatro dove recitava per la cittadinanza, e “l’utile del modico serale prodotto, ma pure considerevole in capo dell’anno, tutto a sollievo de’ mendici, o per il vantaggio della fabbrica della novella sua Cattedrale applicava ”. Nel turbinio degli eventi Pederzoli fu il quarto presidente del governo provvisorio della Repubblica di Brescia, confluita poi nella Repubblica Cisalpina; la sconfitta subita dall’esercito bresciano contro gli insorti fedeli alla Serenissima a Salò lo costrinsero alla fuga in Trentino, per poi tornare a Brescia ed entrare a far parte del Corpo legislativo fino allo scioglimento voluto da Napoleone. Deluso per la fine della Repubblica Cisalpina, che nel 1805 entrò a far parte del Regno d’Italia, riprese a viaggiare, in particolare a Parigi, dove aveva amici e conoscenti. 

Giuseppe Brunati, sacerdote gesuita, saggista, professore di ermeneutica ed ebraico, da uomo di Chiesa non esita nel 1837, e quindi 17 anni dopo la morte, a puntare il dito contro il Pederzoli massone, pur senza nominare direttamente la sua appartenenza alla libera Muratoria, “peccato” questo impronunciabile dopo la Restaurazione. Per Brunati il Pederzoli è reo di non aver seguito l’esempio del padre Giambattista ed essere stato un fedelissimo della “Veneta materna signoria. Di che abbiamo ragione di credere malavventuratamente tutto il contrario, essendo egli stato legato in amichevole fratellanza coi demagoghi del Bresciano e del Bergamasco popolo sovrano, e a quegli stranieri nemici della felicità italiana, che la madre e la figlia perdettero insiememente. Ne’ solamente di sì miserando politico traviamento ci duole dovere incolpare il Pedersoli (sic), ma assai più di quello di essere egli stato uno dei principali motori di quelle segrete macchine, che tentano di sbalestrare in patria e fuori in un coll’augusto edifizio de’ troni quello più venerando ed immobile della Chiesa di Dio e degli Altari di Cristo. (…) Quindi esaltisi pure l’amore di Pedersoli (sic) per le lettere, la sua scienza economica e statistica, la sua attitudine alle solenni rappresentanze e a’ pubblici impieghi anche elevati, a’ quali venne o promosso o invitato, la sua accortezza, la sua temperanza, la sua liberalità, le sue cortesi maniere, la sua cura dell’animale felicità de’ suoi simili e comune e domestica; la sua così detta filantropia, ma non si dissimulino poi, e molto meno si approvino i suoi gravi errori, la sua contraddizione cioè non innocente ne’ innocua all’ordine e a quella Fede santissima senza la quale è impossibile piacere a Dio".

Di Pederzoli massone abbiamo il discorso per l’Inaugurazione dello Stendardo della L del giorno 2 del mese 8 dell’anno della Vera Luce 5807, che vale la pena di riprodurre nella sua interezza per la profondità e l’insegnamento massonico. Egli denuncia che:

Pericoloso esperimento fu sempre il pubblicamente professare certe dottrine, e l’altamente proclamare certe verità, comunque sacre, utili, ed evidenti si fossero. Tale fu in tutti i tempi la misera condizione dell’uman genere!”.

“V’ebbero - continua Pederzoli - sempre però degli uomini forti e filantropi, che osarono farsi i custodi del sacro fuoco della ragione e dell’umanità. Raccolti cotesti Saggi in ben guardati asili, coprirono l’augusta verità di mistico velo: e così, loro mercè, malgrado gli ostacoli che al bene dei popoli opposero ed opporranno mai sempre la tirannide, l’egoismo, e la superstizione, fiorirono in ogni secolo presso le più culte Nazioni rinomatissimi Istituti, dai quali le più sane e le più utili dottrine furono fermamente conservate e cautamente diffuse.

Dai secoli più remoti, il più celebre fra questi Istituti fu l’ordine de’ Liberi Muratori, di cui lo scopo precipuo è quello di formare dell’Universo una famiglia di teneri e virtuosi Fratelli.

Doveva un’Istituzione così sacra e sublime destare l’invidia e la persecuzione de‘ potenti, che con abuso di nome si chiamano grandi.

Di fatti, quantunque siasi sempre studiata d’inviluppare le sue alte dottrine nell’ombra del mistero; quantunque abbia mirato a puntellare il grande Edificio con pompe e cerimonie religiose, sempre le più proprie a guadagnarsi il cuore degli uomini semplici, e ad abbacinare lo sguardo della più numerosa classe del popolo, videsi essa pur troppo frequentemente denigrata, derisa, perseguitata.

Noi felici, F F Carissimi, che abbiamo il bene di vivere sotto un Principe Filosofo, Cittadino, Massone! Egli non solamente permette il tranquillo esercizio del nostro Culto: Egli n’ è l’Augusto Protettore: Egli è nostro Fratello.

Qual gloria per Lui, e per Noi! Protegga il GADU i preziosi suoi giorni: coroni i suoi sublimi progetti: e nella pace e nella prosperità dell’Universo gli accordi il dono più caro al suo magnanimo cuore, il premio dovuto a suoi prodigiosi trionfi!

Ma quanto non potrà in Noi, F F Carissimi, unito al sentimento de’ nostri propri doveri, il pensiero di renderci degni di Lui!

Non lo saremo però giammai, se non essendo profondamente penetrati dalla santità del nostro Ministero, e dagli obblighi ch’Esso c’impone.

Ed è ben qui pur troppo il luogo di ripetere che molti sono i chiamati, pochi gli Eletti.

Di fatti, F F Carissimi, sarà Massone chi non cerca istruirsi dei Riti, dei Regolamenti, degli usi della Massoneria?

Sarà Massone chi non sostiene con dignità, con subordinazione i carichi, che gli furono affidati dalla propria Officina?

Sarà Massone chi trascura d’intervenire colla possibile frequenza all’esercizio dei sacri Travagli, tanto più se la sua negligenza derivi da pusillanimità, o da profani riguardi? 

Sarà Massone chi non contribuisce regolarmente alla Cassa della propria Officina quanto si è sacramente obbligato di versarvi, e quanto è pur necessario al mantenimento ed al decoro del Tempio, di cui è Sacerdote?

Sarà Massone chi non custodisce gelosamente il segreto su quanto vede ed ascolta nel Massonico Tempio, non arrossendo di farsi anche così un vile spergiuro? Tutti questi, miei Cari, sono, pur troppo sfortunatamente, Massoni: ma non lo sono che di nome: e forse non manca loro che il coraggio per rinunciare anche a questo. Nè però, come voi ben sapete, ai soli sovraccennati si limitano i doveri d’un Libero Muratore.

In generale, chiunque esattamente non compia gli obblighi del proprio stato, non è degno di questo nome.

Non è quindi Massone chi non è buon Figlio, buon Fratello, buon Marito, buon Padre, buon Cittadino, buon Domestico, buon Padrone, buon Soldato, buon Magistrato.

Non è buon Massone chi non rispetta le Leggi: e molto meno chi viola i diritti della santa amicizia.

Non è buon Massone chi da un F amorosamente ammonito, in luogo di giovarsene ed essergli grato, non fa travedere che risentimento e livore. Come lo sarebbe poi il pusillanime, il freddo calcolatore, che alla menoma ombra di qualche pericolo, non temesse di disertare dai Vessilli Massonici?

Ma come sovra tutto oserebbe di chiamarsi tale l’egoista, l’avaro, che, potendole tergere, vedesse a sangue gelato scorrere le lagrime della Vedova e del Pupillo!..

Fulmini il G. A. cotesto mostro, se fra i Massoni per somma sventura esistesse.

Ardirò, miei Cari, di dire anche più: e, se le mie dottrine potranno sembrarvi un po’ rigide, le troverete però veridiche e sane.

Il grande oggetto della Massoneria è quello di perfezionare l’uomo.

È fuori di dubbio essere macchia in un Lib. Murat. ciò, che può sembrare semplice neo sulla faccia d’un Profano.

È quindi preciso dovere d’un Profano, cui fu accordato l’insigne favore di appartenere all’Ord. Mas. l’ampliare la sfera delle sue morali virtù, e lo spogliarsi d’ogni viziosa abitudine.

E suo preciso dovere il mostrare nella sua condotta, ne suoi costumi ne suoi discorsi medesimi, una tale regolarità, una tale decenza, che lo garantisca da ogni ragionevole censura.

E quanta lode non acquisterà egli, unendo a queste fondamentali qualità quella dolcezza di tratto, quel l’urbanità di maniere, che tanto amabili rende gli uomini in società e tanto cari e proficui forma i consigli, e persino le ammonizioni del l’amicizia?

Nè mi si opponga la forza delle umane passioni, la quale così arduo rende il sentiero, ch’io vi propongo. L’uomo relativamente alla propria condotta può sempre quello che vuole, quando tenacemente lo voglia. Liberi Muratori, sentiamo tutta l’importanza e la dignità di così sacro carattere: e, se non saremo perfetti, saremo almen buoni.

F F Carissimi, dovere preciso della dignità a cui v’è piaciuto innalzarmi; ardente zelo per la gloria e per la prosperità dell’Ord. Mass. e specialmente di questa R. Off. vivissima brama di vedere consolidata e diffusa la benefica influenza Massonica, hanno soli accesi il mio cuore, ed animate le mie labbra nel tenervi il presente paterno discorso.

Io lo chiudo col protestare altamente che, riconoscendo dalla sola vostra benevolenza l’onorevole favore di presiedervi, mi sento veramente onorato di appartenere ad una L. la quale potrà bensì cedere a molte per antichità d’origine, per copia di lumi, per abbondanza di dovizie, ma a nissun’altra è seconda per le morali qualità degli individui che la compongono.

Voglia il GADU conservare costantemente fra Noi quella fraterna concordia, che tanto soave e pregevole rende la nostra Società: accenda Egli ne’ nostri petti uno zelo sempre più vivo della sua gloria: protegga e santifichi i nostri Travagli e secondi le pure nostre intenzioni, onde col promuovere il bene dei nostri FF in particolare, e di tutti i nostri simili in generale, possiamo degnamente chiamarci Massoni, e meritarci la grazia e l’amore del l’Augusto nostro Protettore e Fratello. Consacriamo, FF Carissimi, coi soliti segni la lealtà dei nostri sentimenti, ed il fervore dei nostri voti. A me ecc.”.

A questa Loggia "istituzionale" si affilirono gli avvocati bresciani più in vista: Giambattista Bianchi, Alessandro DossiGiovanni Grandini, Giovanmaria Febrari, Giambattista Pagani (i fondatori furono 103). A questi noti professionisti legali si uniscono anche i giudici Ferdinando Arrivabene, Carlantonio Gazzaniga, Vincenzo Girelli, Domenico Ostoja e Giuseppe Solera (vedi P. Guerrini, I cospiratori bresciani del '21, Brescia, 1985, pp. 50 e seg.).

 

Della Loggia bresciana fece parte dal 1811 per cinque anni, Pietro Dolce che si rivelerà poi una spia al servizio dell'Austria. Come ha scritto Paolo Guerrini: «Dopo il 1814, tramontato l'astro napoleonico, anche la Massoneria bresciana entra nel periodo letargico. Molti massoni si squagliano, altri fanno atto di sottomissione al nuovo ordine di cose, pochi coltivano in segreto le antiche idealità umanitarie, alcuni si rivolgono con simpatia alle rinascenti sette dei Guelfi, Adelfi, Carbonari, ecc. e prendono parte alla nuova corrente di attività nazionale per la riscossa. In effetti la polizia austriaca continuava a seguire le orme dei massoni scoprendo come fra i compromessi bresciani delle congiure del 1821 vi fossero in buon numero anche i Massoni o ex-Massoni del periodo napoleonico che seguivano in silenzio ma con viva simpatia il movimento federalista".

 

Secondo un rapporto austriaco, fra i notoriamente avversi al Governo vi era in Brescia Ostoja, ex-Venerabile della Loggia bresciana, e appartenevano alla medesima Loggia gli inquisiti Alessandro Dossi, Silvio Moretti, il conte Vincenzo Martinengo, il conte Luigi Lechi, il conte Pietro Richiedei, l'avv. Giambattista Ogna, Giulio Bergomi d'Iseo, Bono Foresti di Brozzo, Bortolo Bazza di Vestone.

Rilevo ancora che Pietro Maroncelli, l'amico diletto di Silvio Pellico, fu a Brescia presentato all'editore Nicolò Bettoni, che era pure massone, da Giacomo Pederzoli di Gargnano, Venerabile della Loggia bresciana e amico del padre di Maroncelli.

Lo storico Paolo Guerrini ci parla dettagliatamente della prima Loggia napoleonica bresciana (Op. cit.).

È noto che durante il governo napoleonico la Massoneria comprendeva, senza velo di segreto o di riserbo, i più alti dignitari dello Stato, generali, magistrati, uomini politici, funzionari governativi, gli stessi membri della famiglia imperiale: Napoleone era chiamato con enfasi oratoria "Il grande F:." e l'ordine Massonico aveva assunto alla sua corte ed a quella vicereale di Milano l'importanza e lo charme di un vero ordine equestre.

 

Restavano misteriosi i simboli, i riti, il linguaggio ufficiale, la nebulosa dottrina di un certo teismo o panteismo filosofico con reminiscenze pagane, chiusi ai profani i banchetti rituali o agapi, che erano fissati a tre ogni anno, a S. Giovanni d'estate (24 giugno), a S. Giovanni d'inverno (27 dicembre), alla festa della consacrazione del Tempio (apertura della Loggia).

 

Noi troviamo tutto questo e altro "strano bagaglio del simbolismo massonico" in libretti d'occasione, usciti in Brescia dalle impeccabili e nitide stampe di Nicolò Bettoni. Non è da far meraviglie quindi se fra i massoni bresciani noi troveremo, oltre i generali echi e Mazzuchelli e i Ciambellani conti Fenaroli, gli abati Bianchi, Salfi e Scevola, letterati democratici della prima ora, che non potevano mancare nell'albo della Massoneria bresciana, tutta di colore democratico quasi omogeneo. Vi primeggiavano gli alti impiegati degli uffici governativi, che si facevano scrupolo di appartenere ad una associazione che portava il nome dalla Vice-Regina, Amalia Augusta di Beauharnais, e nella quale era precettiva l'esaltazione costituzionale del Sovrano.

 

Giuseppe Lechi aveva ceduto il posto di Gran Maestro delI'Oriente di Milano allo stesso Vicere Eugenio, e poichè "regis ad exemplum tutus componitur orbis" era logico che nel Regno italico avesse il suo momento di auge anche l'Ordine Massonico. Vincenzo Monti, Federico Confalonieri, lo stesso Alessandro Manzoni si accostarono allora alla Massoneria, e il Manzoni mandava manoscritto all'amicissimo suo Giambattista Pagani il famoso carme di intonazione massonica "Il Trionfo della Libertà", che sollevò tante discussioni e recriminazioni (vedi in Domenico Bulferetti «Del Trionfo della Libertà" di Alessandro Manzoni e la Massoneria - in Giornale storico della lett. ital. a. XXXVI (1918) vol. LXXI pp. 213-236).

 

Uno dei più efficaci propagandisti dell'organizzazione massonica a Brescia fu il calabrese abate democratico Francesco Salfi, che nel 1797 partecipò in Brescia al Governo Provvisorio, fu censore del Teatro, oratore del Club Cisalpino, grande faccendone di demagogia (Carlo Nardi, La vita di Francesco Saverio Salfì (1759- 1832), - in Riv. stor. del Risorgimento a. VII (1920) pp. 161-332).

Aiutò il Salfi nella propaganda ed ebbe poi la carica di Venerabile, il democratico Giacomo Pederzoli di Gargnano (1 752-1 820) cognato dell'avv. Savoldi di Lonato: il Pederzoli amava, come il Salfi, il teatro e fu con lui nel Governo Provvisorio, del quale fu eletto Presidente il 20 luglio 1797. Abbandonò il governo per dissapori insorti con alcuni colleghi e si ritirò a Gargnano. Nel maggio del 1799 si salvò dalla reazione degli Austro-Russi di Souwaroff emigrando in Francia. Equanime, calmo, fu richiamato da Napoleone ad alti uffici pubblici: fu ai comizi di Lione, ascritto al Collegio dei Dotti e al Corpo Legislativo, poi candidato al lucroso posto di Senatore e nel 1808 nominato Consigliere del Dipartimento del Mella; rinunciò anche a questo ufficio e si ritirò a Gargnano, occupandosi sempre del teatro popolare, per il quale scrisse e tradusse alcuni drammi. Nel 181 4, al ritorno d' Astrèa, fece atto di omaggio al Governo austriaco e morì improvvisamente a Gargnano il 7 settembre 1820, ivi onorato da una iscrizione latina di Morcelli (pubblicata, con altre morcelliane inedite, da G. Labus in Giornale Arcadico tomo VIII. pag. 232; intorno al Pederzoli cfr. Francesco Gambara, Notizie intorno a Giacomo Pederzoli di Gargnano - Brescia, Valotti 1821; dedicate all'avv. Francesco Duodo di Padova, I. R. Intendente di Finanza in Brescia, compagno di giovinezza e amico intimo del Pederzoli; daremo più avanti il saluto rivoltogli sulla tomba da G. B. Pagani).

 

Erano amici del Pederzoli, oltre il suo biografo conte e colonnello Francesco Gambara cisalpino convertito ed ex massone, il nob. cav. Carlo Arici, il magistrato Pederzani di Gargnano, Capponi. Ostoja, Rubbi e Oliveri, tutti fratelli massoni della Loggia bresciana.

 

Accanto a questi si deve collocare l'avv. Giambattista Pagani (1781-1864) di Lonato, l'amico del Manzoni, del quale ricorre frequente nel carteggio manzoniano il nome accompagnato da grandi lodi. "Pagani è una perla" scriveva il Monti al Manzoni, e questo si rivolgeva frequentemente all'amico bresciano per consiglio, e gli mandava i suoi versi e ne chiedeva un giudizio (Carteggio di Alessandro Manzoni a cura di G. Sforza e G. Gallavesi vol. I. pag. 12 e passim.).

Pagani lavorò indefessamente nel campo letterario e giuridico: fu uno dei primi e più attivi soci dell'Ateneo, dove tenne la carica di Vicepresidente nel difficile biennio 1846-47 e lesse molte sue dissertazioni di economia, di politica, di agricoltura, dimostrando un ingegno versatile e colto, se non profondo e brillante (daremo in fine una sua bibliografia compilata dallo stesso Pagani; altri suoi lavori sono indicati nell'Indice dei Commentari [dell'Ateneo di Brescia]). Nei prodromi della sua carriera, appena laureato a Pavia, dove aveva dato vita ad un'accademia studentesca, l'avv. Pagani entrò nella Massoneria, e nella Loggia di Brescia divenne ben presto uno dei più quotati. Non era un rivoluzionario: un po' scettico e nebuloso, amante delle gravi pose letterarie e della verbosità magniloquente, esercitò nella Loggia "Amalia Augusta" l'ufficio delicato di Segretario, e vi tenne parecchi discorsi o tavole.

ALCUNI LIBERI MURATORI DELL'AMALIA AUGUSTA 

[un elenco completo è nelle PAGINE SPARSE più avanti]

Nei suoi 8 anni di vita la R.L. Amalia Augusta raccolse personaggi del mondo della cultura, dell’arte, dell’amministrazione della cosa pubblica, della legge, della medicina e di quant’altro di primissimo piano, individui capaci di influenzare positivamente la società e di dare lustro alla “rivoluzione massonica”.

Uomini illustri quindi, a cominciare da Ugo Foscolo (1778 - 1827) che proprio alla R.L. Amalia Augusta fu iniziato alla Libera Muratoria.

Tra gli altri vi furono: Angelo Anelli (1761 - 1820), noto poeta di Desenzano, durante il dominio Veneziano era stato provveditore generale, poi con il passaggio di Brescia al governo provvisorio fu incarcerato, salvo poi essere liberato e partecipare alla vita sociale e politica sotto il nuovo regime.

Tommaso Alberti (1768 – 1858), medico di chiara fama ed autore di diversi trattati di medicina, fu tra i fondatori dell’Ateneo di arti, scienze e lettere di Brescia.

Antonio Bianchi (1774 - 1828), sacerdote, insegnante, letterato, poeta. Fu uno dei cospiratori che organizzarono l’insurrezione del 17 marzo 1797 contro il governo veneto, e da Napoleone ricevette l’incarico di riorganizzare le scuole del Bresciano. Fu tra i fondatori dell’Ateneo di arti, scienze e lettere di Brescia.

Rutilio Calini (1755 – 1816), di nobile famiglia, fu attivo nella vita pubblica bresciana ed in epoca napoleonica fu deputato per i Notabili ai Comizi di Lione e appartenne al Collegio elettorale dei Possidenti.

Giuseppe Capponi, giudice, poi presidente del tribunale di Fermo. Oratore della R.L. Amalia Augusta.

Gaetano Castellani (1750 – 1823), medico chirurgo ed autore di numerose opere di carattere medico-scientifico.

Alessandro Dossi (1758 – 1827), avvocato e notaio. Nel 1797- 98 partecipò al Governo Provvisorio bresciano, ma poi fu costretto a rifugiarsi in Sicilia a causa dell’avanzata degli austriaci. Ritornò poco dopo, e subito ricevette l’incarico di riorganizzare la magistratura bresciana. Nel 1802 venne nominato nel Corpo legislativo della Cisalpina e nel Consiglio Dipartimentale. Nel 1816, in una riunione clandestina dell’Accademia dei Pantomofreni, vennero recitati due suoi testi di chiara impostazione massonica, “Il Discorso sopra la Religione e la Superstizione”, e “Della pena di morte, sostenendosi non doversi applicare in nessun caso”.

Giuseppe Fenaroli Avogadro, di nobile famiglia, ebbe importanti incarichi fino a membro della Consulta di Stato. Già frequentatore alla fine del Settecento del “Casino de’ Buoni amici”, circolo di giovani nobili bresciani giacobini, promosse l’insurrezione contro gli austriaci.

Carlo Fontana, medico delle carceri di Brescia, giacobino, membro della Commissione Finanze.

Bono Foresti, Ispettore forestale a Vestone, attivissimo giacobino contro Venezia, capo Battaglione della Guardia Nazionale della Valtrompia. Mise in fuga gli austriaci in avanzata verso il confine.

Vincenzo Girelli (+1815), di famiglia nobile, nel 1802 fece parte del Consiglio Dipartimentale. Fu consigliere di Corte d’Appello di Brescia.

Teodoro Lechi (1778 - 1866), fu tra i dignitari della R.L. Amalia Augusta. Partecipò alla presa di Trento, poi fu generale sotto Napoleone, prese parte alla campagna di Russia, e deluso per la sconfitta fece bruciare gli stendardi dell’armata e ne mangiò le ceneri con i suoi ufficiali; partecipò ormai in avanzata età alle Cinque giornate di Milano, poi si trasferì in Piemonte, dove fu generale e consigliere militare di Carlo Alberto. Giovanni Estore Martinengo Colleoni (1763 - 1832), di nobile famiglia (conte), militare di professione, amico personale del viceré Beauharnais. Dopo la sconfitta di Napoleone si ritirò a vita privata.

Vincenzo Martinengo Colleoni (1771 – 1831), fratello di Giovanni Estore, fece parte del Governo Provvisorio e della Società d’Istruzione, fu ufficiale dei Dragoni. Entrò nella milizia civica e divenne capitano dei Dragoni ed in seguito colonnello. Ricevette da Napoleone il titolo di cavaliere della Corona di Ferro e venne chiamato ai Comizi di Lione come rappresentante dell’Amministrazione. Fu poi iscritto alla Carboneria e alla società segreta dei Federati italiani, poi fu arrestato ed incarcerato dagli austriaci per essere rilasciato soltanto nel 1827.

Giambattista Ogna, medico di chiara fama e letterato, partecipò all’insurrezione dei Federati Italiani del 1821 per poi scegliere l’esilio a causa della repressione austriaca.

Domenico Ostoja, segretario del Potere esecutivo nella Repubblica Cisalpina, per il Dipartimento del Benaco, quindi magistrato a Salò e presidente del Tribunale criminale di Brescia ed in seguito di quello di Verona e di nuovo a Brescia presidente della Corte di giustizia. Fu uno dei maestri venerabili della R.L. Amalia Augusta.

Pietro Persiani, notabile di Bologna.

Antonio Porcari, intendente delle Finanze, fu tra i fondatori della R.L. Amalia Augusta.

Pietro Richiedei (1783 – 1846), di famiglia nobile (conte), ufficiale militare, combatté tra le fila dell’esercito napoleonico in Spagna dove fu fatto prigioniero, quindi liberato nel 1812 fu rimpatriato, nel 1813 tornò a combattere in Spagna e poi di nuovo in Italia, dove ottenne la decorazione della Corona Ferrea. Restaurato il potere austriaco, rimase a Brescia quale capitano di guardia alla fabbrica d’armi Beretta di Gardone Val Trompia, dedicandosi, successivamente, alla professione di ingegnere. Nel 1821 fu tra i promotori della congiura contro gli austriaci, ma poi fu arrestato ed imprigionato, la condanna a morte gli venne condonata dall’imperatore. Nella R.L. Amalia Augusta fu archivista aggiunto.

Antonio Sabatti (1757 - 1843), partecipò ai moti insurrezionali di Brescia e nel 1799 fu incarcerato per le sue idee rivoluzionarie. Geometra, studioso di matematica, fu commissario del potere esecutivo presso il Dipartimento del Mella, membro del Direttorio esecutivo. È indicato da Bettoni in un libro stampato nel 1807 come “Cavaliere della corona di Ferro e regio commissario della contabilità nazionale”. Fu tra i fondatori della R.L. Amalia Augusta.

Francesco Saverio Salfi (1759 – 1832), sacerdote, scrittore e drammaturgo. Fuggito da Napoli dopo essere stato perseguitato ed arrestato per la sua appartenenza alla “Società patriottica napoletana”, riparò prima a Genova, dove si spogliò dell’abito talare, andò a Milano dove collaborò con la rivista giacobina “Il Termometro politico” e con il “Giornale de’ patrioti di Italia”. Scrisse opere teatrali di spiccato sapore politico, come “Il ballo del papa”, rappresentato alla Scala il 25 febbraio 1797. Poi si portò a Brescia, dove fu segretario del Comitato di Legislazione e dove continuò a scrivere; curò la recita del “Carlo IX” dello Chénier; nel 1807 Bettoni pubblicò il volumetto di 85 pagine di Salfi dal titolo “Iramo”, nel quale espose in tre canti epici il “tipo del magistero simbolico”. A Milano insegnò a logica e metafisica, e poi storia e diritto nel ginnasio di Brera. Dopo il fallito golpe del 1815 riparò a Parigi, dove continuò a scrivere. Morì povero, ma non si allontanò mai dall’ideale massonico. Fu sepolto nell’importante cimitero di Père Lachaise di Parigi.

Luigi Scevola (1770- 1819), abate trentino, uomo di cultura, fondatore della R.L. Amalia Augusta. Girolamo Vidali, giudice di pace e poi imperial regio consigliere di prima istanza del tribunale della stessa città, tra i fondatori della R.L. Amalia Augusta.

I Lechi

Fra i massoni bresciani, ma non tutti membri della R.L. Amalia Augusta, vi sono diversi esponenti della famiglia dei conti Lechi. Già Pietro Lechi (1691 - 1764) fu massone ed illuminista, ed il figlio Faustino (1730 - 1800), frequentatore della corte d’Austria e uomo di arte e di cultura, era iscritto ad una loggia massonica bresciana preesistente alla R.L. Amalia Augusta. Ebbe dalla consorte Doralice Bielli 19 figli di cui 9 sopravvissuti, tra cui la pasionaria Francesca (1773 - 1706), rivoluzionaria, giacobina e patriota italiana; era sposata con un avvocato, Francesco Ghirardi, ma ebbe una chiacchierata relazione con Gioacchino Murat.

Giacobini, rivoluzionari e poi inquadrati nell’epopea napoleonica erano anche i fratelli Teodoro (v. s.), Giuseppe, Angelo, Bernardino e Giacomo.

Giuseppe Lechi (1766 - 1836), fu un celebre generale napoleonico, fu protagonista di diverse battaglie fino alla presa di Barcellona, che guidò per un breve periodo; fu anche governatore della Toscana, consegnò Livorno agli Inglesi nel corso del tentativo di Murat di ottenere una pace separata con l’Austria. Catturato nella battaglia di Tolentino contro gli austriaci, rifiutò di giurare fedeltà al nuovo regime asburgico e rimase prigioniero in carcere a Lubiana fino al 1818. Massone, divenne Gran Maestro del Grande Oriente di Napoli, fu insignito del 33 grado del Rito Scozzese antico ed accettato e divenne uno dei fondatori del supremo consiglio del rito di Milano. Cedette il posto di primo Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia al viceré Eugenio.

Angelo Lechi (1769 - 1845), generale napoleonico, fu massone e maestro delle cerimonie alla fondazione del Grande Oriente d’Italia a Milano (1805)27, e lì vi fu anche il fratello Giacomo (1768- 1845), ufficiale porta stendardo.

(Dalla rivista massonica del Grande Oriente d'Italia, HIRAM, 2/2018

Elenco dei Liberi Muratori della R.: L.: Amalia Augusta all'Or.: di Brescia. [ 16 Pagine sparse]

RESTAURAZIONE

Il 27 aprile 1814 l'impero si dissolse e Brescia si ritrovò, costituito il Lombardo Veneto,  nuovamente soggiogata dagli Austriaci e gli affiliati della Loggia, centro vivo di iniziative connesse alle vicende politiche cittadine, sono immediatamente schedati e compaiono negli elenchi della polizia austriaca. 

Furono circa 130 i membri della R.L. Amalia Augusta, le cui colonne vennero abbattute con alla fine del Regno d’Italia, con l’armistizio del viceré Beauharnais consegnato al feldmaresciallo austriaco Heinrich Johann Bellegarde.

In Lombardia calarono decine di migliaia di militari austriaci, cambiò la forma di governo ed iniziò la repressione, per cui molti massoni si ritirarono a vita privata, altri invece cambiarono casacca e si resero utili ai nuovi governanti, altri semplicemente fuggirono.

Un editto del 26 agosto 1814, emanato nel Lombardo Veneto, vietò “gli ordini segreti, le adunanze, corporazioni e fratellanze segrete, come sarebbero le Logge de’ così detti Franchi Muratori ed altre consimili società”.

Comincia nuovamente la cospirazione contro la dominazione dell'Imperial regio governo, con le conseguenti repressioni da parte di questo.

Altrove le cose non andarono meglio: nel Regno di Sardegna, il 10 giugno 1814 Vittorio Emanuele I decretò “la proibizione delle congreghe ed adunanze segrete, qualunque ne sia la denominazione loro, e massime quelle de’ così detti Liberi Muratori già proibita col R.E. delli 20 maggio 1794”; nel risorto Stato della Chiesa Pio VII il 15 agosto 1814 emanò un editto che, come dalle encicliche di papa Clemente XII e di papa Benedetto XIV, proibiva le “aggregazioni delli suddetti Liberi Muratori, e altre consimili”; a Napoli re Ferdinando IV di Borbone l’8 agosto 1816 vietava “le associazioni segrete che costituiscono qualsivoglia specie di setta, qualunque sia la loro denominazione l’oggetto ed il numero dei loro componenti

 

RISORGIMENTO [IN COSTRUZIONE]

La Massoneria rinacque dopo l'Unificazione nazionale [IN COSTRUZIONE]

PARTE TERZA - XX secolo [IN COSTRUZIONE]

PARTE QUARTA - XXI secolo [IN COSTRUZIONE]