Liberi Muratori

bresciani - D

D’ANNUNZIO Gabriele

(1863 – 1938)

F؞ Massone e Martinista, affiliato “honoris causa” alla Gran Loggia d’Italia ALAM.

Nacque a Pescara il 12 marzo 1863.

È stato scrittorepoetadrammaturgomilitarepoliticogiornalista e patriota italiano, simbolo del decadentismo e celebre figura della prima guerra mondiale, dal 1924 insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di “principe di Montenevoso”.

Fu decorato di una medaglia d’oro al valor militare, cinque d’argento e una di bronzo.

D’Annunzio fu massone insignito del 33° grado del R.S.A.A. “honoris causa” della Gran Loggia d’Italia di Piazza del Gesù. Più tardi fu iniziato al Martinismo da Marco Egidio Allegri e nel Martinismo divenne Superiore Incognito con il nome di Ariel.

L’adesione del Fr؞ Gabriele alla massoneria è in effetti un poco controversa, sebbene non manchino i riferimenti del poeta a simboli ed ideali Massonici (ed inoltre siano note le sue amicizie con Massoni dichiarati), manca una prova certa della sua adesione formale.

Bresciano d’adozione.
Nel 1901 inaugurò l’Università Popolare di Milano con il suo fondatore, il F؞ Ettore Ferrari, Gran Maestro del GOI (e scultore del monumento a Giordano Bruno dinnanzi al Vaticano).

Successivamente ci fu una contesa tra le diverse logge per accaparrarsi l’adesione del poeta. La disputa fu vinta dall’Obbedienza “di Piazza del Gesù”, fuoriuscita dal GOI nel 1908, e D’Annunzio avrebbe successivamente percorso tutti i gradini della scala Massonica fino ad arrivare al 33◦ grado del Rito Scozzese Antico e Accettato della Gran Loggia d'Italia degli ALAM. 

La stessa bandiera della Reggenza del Carnaro (stendardo della Fiume occupata) avrebbe simboli esoterici e Massonici (come l’uroboro e le sette stelle dell’Orsa Maggiore), senza dimenticare che molti aderenti all’impresa fiumana furono a loro volta Massoni. 

D’Annunzio aderì alla corrente Massonica del Martinismo, spinto dal suo amico musicista Claude Debussy ((Debussy è ritenuto esoterista, rosacrociano, martinista e Gran maestro, nel periodo 1885-1918, dell’ipotetico Priorato di Sion); questa società aborriva i caratteri razionalistici tipici della Libera Muratoria, perseguendo un forte panismo edonista e sensista che poggia la sua base teorica sull’idea di una divinità formata da emanazioni sensitive che l’uomo deve recuperare attraverso un percorso mistico.

Osserviamo e rimarchiamo la scelta di D’Annunzio di denominare i suoi tre cicli di romanzi con simboli massonici o esoterici, quali il Giglio, la Rosa, e soprattutto il Melograno.

Analizziamo di seguito il D’Annunzio esoterico col contributo apprezzato di Lorenzo Barberis, docente di Lettere alle scuole superiori e blogger Barberist.

Consideriamo che il F؞ Gabriele nasce nel 1863, all’indomani della nascita dell’Italia unita, nell’anno in cui il Fr؞ Carducci, il poeta-vate dell’Unità, compone e diffonde il suo “Inno a Satana”, ricostruendo la storia del ritorno del principio pagano e libertario.

Studente ribelle, compone la sua prima raccolta di versi sedicenne, “Primo Vere” (1878) e la pubblicizza spargendo la voce della sua precoce morte durante una caduta da cavallo; la raccolta in questo modo va a ruba, ed egli nel 1879 - non ancora maggiorenne - scrive al Fr؞ Carducci, per porsi quasi già subito quale suo erede, ma senza particolari riscontri.

Il “Romanzo della Rosa”, il più celebre di una trilogia che si compone anche de “L’Innocente” e de “Il trionfo della morte”, il più “oscuro dei tre”. Il Romanzo della Rosa è, in effetti, un fondamentale romanzo allegorico ed esoterico medievale del ‘200, su un cavaliere che anela raggiungere la Rosa, che per molti è ispiratore della Commedia di Dante Alighieri.

Nel romanzo del Piacere è descritta la tensione tra una donna angelicata, bionda e “bianca”, e una donna peccaminosa, una femme fatale “nera” di capelli e di stile, che riflette la tensione presente nella stessa - affascinante, per il pubblico - vita dell’autore.

Nel 1893 a Napoli partecipa a sedute spiritiche (1893) della medium più famosa dell’epoca, Eusapia Palladino. 

Nel 1894 l’incontro con la Duse, la Divina, e l’amore; legge inoltre gli scritti sul superuomo di Nietzche (ancora vivente: morirà nel 1900) e ci si avvicina con “Le vergini delle rocce” (1895), ispirate anche a una coppia di dipinti di Leonardo, entrambi intitolati “La vergine delle rocce”; i romanzi di questa fase vanno a costituire il “Romanzo del Giglio”, della Purezza virginale, una Albedo contrapposta alla Nigredo del decadente piacere.

Nel 1897 entra in politica, eletto con la Destra, ma nel 1898, di fronte agli eccidi di Bava Beccaris a Milano, si sposta a Sinistra, mentre compone la sua grande raccolta poetica, l’“Alcyone” (1899), parte di un progetto più alto di un ciclo di Laudi dedicato alle sette Pleiadi, ninfe divinizzate classiche associate alla poesia.

Nel 1904 pubblica così Il fuoco, il “Romanzo del Melograno” nella sua trilogia pseudodantesca, che presenta la focosa relazione con la Duse, cosa che porta alla rottura di un legame ormai allentato.

Nel 1906 il Fr؞ Carducci vince il Nobel, e nel 1907 muore. Il posto di “Poeta Vate”, il poeta-profeta guida della Nazione, è libero. In teoria lo eredita, come la cattedra di letteratura di Bologna, l’allievo prediletto Fr؞ Giovanni Pascoli, anch’egli massone, autore di un poderoso studio sul simbolismo dantesco.

Nel 1908 D’Annunzio avvia il suo piano simbolico di nuovo vate di una nazione guerriera: La Nave è tragedia dal superomismo già venato dell’imperialismo che sarà sempre più dominante nella sua produzione. La tragedia è l’ultima famosa del poeta, incentrata sul tema chiave dell’imperialismo europeo in Africa e in India. L’ammiraglio Marco di Venezia è una sorta di superuomo particolarmente malvagio che viene sedotto per vendetta da Basiliola, che vuole vendicarsi dei suoi torti alla di lei famiglia. Egli è condotto quasi alla follia, ma alla fine decide di darsi alla missione di conquista di un impero italico e Basiliola, vinta, si suicida. Tale opera postrema della fase più letteraria preannuncia già il D’Annunzio superuomo “operativo” nella prima guerra mondiale.

Lo stesso anno 1908 la Francesca da Rimini dannunziana, d’ispirazione dantesca, è portata al cinema dall’inglese Blackton: primo film di molti tratti dalle opere dannunziane.

Nel 1909 l’ultimo romanzo dannunziano, “Forse che sì, forse che no”, presenta temi simili; ambientato a Mantova, nel Palazzo Gonzaga, dove si trova tale iscrizione intarsiata sul soffitto cinquecentesco in forma di labirinto.

Nel 1910 D’annunzio si iscrive al Partito Nazionalista, dove inizia a propiziare la Guerra in Libia (1911). Curiosamente, però, lo stesso anno 1911 compone “La crociata degli innocenti”, dedicato alla crociata dei fanciulli, che esalta lo spirito della guerra santa come redenzione, ma narrando di un fatto storico del 1211-1212 conclusosi con lo sterminio dei puri fanciulli inviati alla crociata.

Sempre nel 1911, con “Il martirio di San Sebastiano”, musicato poi da Debussy, esoterista e iniziato martinista, è tutto intriso di simbolismi mistici, a metà tra sacro e pagano, quasi in transizione dalla Crociata al pagano Cabiria: dopo la sua conversione, Sebastiano distrugge la Camera Magica, dove una donna - che nel primo atto gli ha pulito le ferite - gli rivela di portare in sé la Sindone; quindi Diocleziano lo sottopone alle tentazioni di Cristo e lo fa quindi trafiggere, con una scena che unifica rimandi alla Crocifissione ma anche al mito di Adone (già avvicinati dal Marino, nel ‘600).

Lo stesso anno “La figlia di Iorio” (1911), di Arrigo Frusta, è un primo film italiano tratto dalle opere d'annunziane.

Il 1912 vede la morte del Fr؞ Pascoli, il “poeta vate” massonico erede del Fr؞ Carducci, e la vittoria dell’Italia nella guerra coloniale di Libia che D’Annunzio celebrerà con Cabiria due anni dopo. La strada è definitivamente spianata, per il poeta, per divenire l’unico “Poeta Vate”.

Il Fr؞ Gabriele fu iniziato al Martinismo nel gennaio del 1913 dal Fr؞ Papus (anche lui Massone) a Parigi; il suo presentatore fu, naturalmente, il celebre musicista Claude Debussy, membro del S.C. dell'Ordre Martiniste e fraterno amico di D’Annunzio.

“Il più celebre Martinista italiano di tutti i tempi fu, senza dubbio, il Fratello Gabriele D’Annunzio, S::: I::: (Superiore Incognito), il cui nome iniziatico, “Ariel” utilizzò per firmare molti suoi componimenti poetici. Il grande poeta e Fr::: abruzzese aveva conosciuto Papus molti anni prima entrando con lui in stretta corrispondenza; su suggerimento di Papus e sfruttando la propria perfetta conoscenza della lingua francese D’Annunzio approfondì, con molta passione, lo studio dell’Opera di Louis Claude de Saint-Martin, divenendone un perfetto conoscitore, ma solo nel 1913 si persuase a chiedere l’Iniziazione. Tale fu la sua fedeltà al proprio Maestro Iniziatore che, quando nel 1923 l'Ordine Martinista Italiano si distaccò da quello Francese, il Fr::: Ariel, che pure era noto per i suoi sentimenti patriottici ed ultranazionalistici, si rifiutò di sottoscrivere il documento di secessione dalla Francia rimanendo perciò, con il suo Gruppo di Milano, all’Obbedienza dell'Ordre Martiniste di Bricaud, successore di Papus alla carica di Gran Maestro. Il Gruppo di Milano, che comprendeva peraltro anche la celebre artista Maria Tibaldi Chiesa, si sarebbe riunito al Martinismo italiano solo nel 1965 in occasione della “pacificazione” con la Francia sancita dal Trattato di Amicizia, stipulato a Venezia tra Zasio e P. Encausse, figlio di Papus. Nel Vittoriale di Gardone Riviera (Brescia9 il Fr؞ Gabriele ha lasciato traccia visibile del Proprio Cammino Martinista attraverso la disposizione di tre camere comunicanti in sequenza: la camera nera, la camera bianca, la camera rossa, il colore, cioè, dei tre gradi Martinisti [e colori dell’Opus Magna alchemica]”. 

La sua arte fu così determinante per la cultura di massa, che influenzò usi e costumi nell’Italia - e non solo - del suo tempo: un periodo che più tardi sarebbe stato definito appunto “dannunzianesimo“.

Deluso dall’epilogo dell’esperienza di Fiume, nel febbraio 1921 si ritirò in un’esistenza solitaria nella villa di Gardone Riviera (sulla sponda bresciana del Lago di Garda), che pochi mesi più tardi acquistò. Ribattezzata il Vittoriale degli Italiani, fu ampliata e successivamente aperta al pubblico. Qui lavorò e visse fino alla morte, curando con gusto teatrale un mausoleo di ricordi e di simboli mitologici di cui la sua stessa persona costituiva il momento di attrazione centrale.

D’Annunzio si impegnò inoltre per la crescita e il miglioramento della zona: la costruzione della strada litoranea Gargnano-Riva del Garda (1929-1931) fu fortemente voluta da lui, che se ne interessò personalmente, facendo valere il suo prestigio personale con le autorità. La strada, progettata e realizzata dall’ing. Riccardo Cozzaglio, segnò il termine del secolare isolamento di alcuni paesi del lago di Garda e fu poi classificata di interesse nazionale con il nome di Strada statale 45 bis Gardesana Occidentale. Lo stesso D’Annunzio, presente all’inaugurazione della strada, la battezzò con il nome di Meandro, per via della sua tortuosità e dell’alternarsi delle buie gallerie e del lago azzurro.

Il Vate muore proprio nel marzo previsto, col capo chino sul suo scrittoio nella stanza che usava al Vittoriale per comporre i suoi poemi, e con il dito ad indicare la data esatta, cerchiata di rosso, del lunario Barbanera che vaticinava per quel giorno «la morte di un italiano illustre».
Il miglior epitaffio su D'Annunzio, comunque uno dei nostri massimi letterati del Novecento, l'ha scritto forse il vignettista Golia:

Ho scritto molti libri, ma in verità mi tedia

chi tanto mi sovrasta, con solo una Commedia.

Passò all’Or Eterno a Gardone Riviera (Brescia) il 1º marzo 1938 all’età di 75 anni.

 

DANESI Silvano Gabriele

(1949 – vivente)

Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi, Liberi, Accettati Massoni, Tradizione di Piazza del Gesù, Grande Oriente di Roma.

È nato a Brescia l’11 di Agosto del 1949.

Giornalista, scrittore, saggista.

Il suo motto: Nulla dies sine linea.

Vive a Brescia. Si è laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano, per alcuni anni insegnante, giornalista, iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 16 gennaio 1985.

Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, psicologici, filosofici e tradizionali, con particolare attenzione alle culture antiche e ai loro aspetti cultuali.

E’ stato eletto nel Consiglio della Provincia di Brescia negli anni 1975-1980 e 1980-1985. 

Si occupa da anni di antropologia ed è membro dell’Accademia bardica e druidica italiana “Oltre la nona onda

Ha pubblicato numerosi saggi storico-filosofici e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Tra i saggi storico-filosofici, alcuni sono relativi al mondo esoterico, del Druidismo e della Massoneria:All’Oriente di Brescia - La Massoneria bresciana dal 1700 ai nostri giorni”, Edimai, Roma - 1993 – “Liberi muratori in Lombardia - La Massoneria lombarda dal ‘700 ad oggi”, Edimai, Roma, 1995 – “I Druidi, i Massoni, le radici d’Europa”, ilmiolibro.it, 2008 - “I Druidi custodi della Dea”, Ilmiolibro.it, 2009 - “Tu sei Pietra”, Il miolibro.it, 2010 - “La via druidica” vol.1°, ilmiolibro.it, 2010 - “La via druidica” vol.2°,  il miolibro.it, 2011 - “Processo ai Massoni”, ilmiolibro.it, 2011 - "La Massoneria lombarda", ilmiolibro.it, 2014 - “Le radici scozzesi della Massoneria”, ilmiolibro.it, 2015 - “I Fedeli d’Amore alla corte di Artù”, ilmiolibro.it, 2016 - "I Riti forestali", ilmiolibro.it, 2016 - "Pitagora", ilmiolibro.it, 2016.

 

DIONISI Leopoldo (o DIONISJ)

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Fratello Affiliato alla Regia Loggia Arnaldo all’Or؞ di Brescia di RSAA (1868).

(Silvano Danesi, o.c. Liberi Muratori in Lombardia, ecc, Edimai, 1995, p. 121).

Nulla sappiamo di questo Fr؞, mancando notizie certe su di lui. Il suo nome non figura nei repertori enciclopedici e nelle storie letterarie massoniche.

Nel 1870 risulta associato alla Loggia Arnaldo e definito “moderato”.

Dionisj fu membro della Guardia nazionale, consigliere comunale di Brescia dal 1871, sindaco di Montirone e direttore della Banca Popolare di Brescia, costituita nel 1971. Si vedano i Diari – guida, agli anni. Dionisi era zanardelliano (cfr. F. Conti, La massoneria italiana dal Risorgimento al fascismo, il Mulino, Bologna 2003, pp. 40-44 e Marina Romani, Costruire la fiducia – Istituzioni, élite locali e mercato del credito in tre province lombarde 1861 – 1936, p. 96).

Fu direttore della Banca Popolare di Brescia, costituita nel 1871, vedi di seguito le note di storia economico finanziaria bresciana (ASBs – Questura, b. 10, agosto 1868 e b. 14, 21 ottobre 1863, 21 giugno 1868, 12 gennaio 1868. Quest’ultima busta è segnalata in R. Chiarini, Politica e società, p. 123 – 124).

Nel luglio 1874 veniva ricostituita l'Accademia filodrammatica bresciana sotto la presidenza del dott. Leopoldo Dionisi con l'aiuto di Giuseppe Orefici e dell'avv. Lodovico Violini e la direzione di E. Novi (Antonio Fappani, Enciclopedia bresciana, voce Filodrammatiche).

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Brevi note a margine di storia bancaria bresciana nell'ottocento

Pochi anni dopo l’Unità d’Italia, l’8 maggio 1864, la Società operaia di mutuo soccorso costituiva in Brescia la Banca Artigiana, una banca popolare fra le più precoci del Paese e seconda in Italia, del tipo delle Banche popolari promosse dal F؞ Luigi Luzzati (giurista, economista e banchiere affiliato alla loggia massonica milanese "Cisalpina"). Nell’agosto contava 257 soci. Ne fu primo presidente il dott. Paolo Leoni (medico). Ebbe come scopo "di sovvenire i soci nei loro intenti industriali ed economici".

Scomparve però nel 1870 lasciando il campo ad altre iniziative e specialmente alla Banca Popolare di cui fu la pratica trasformazione. Pochi anni dopo, infatti, il 5 novembre 1871, ad opera della Società di mutuo soccorso fra commessi e negozianti, nasceva la Banca Popolare di Brescia, che costituì la prima e importante realtà bancaria di origine locale, non a caso per molti anni tesoreria del comune. Ebbe tutto l'appoggio di Zanardelli. Gestì il mercato dei grani e tenne per anni fino al 1892 il servizio di esattoria comunale passandolo poi alla banca laica Credito Agrario Bresciano.

Diede anche un valido apporto alla Banca cooperativa fra gli operai e la piccola industria.

Nel 1884 apriva succursali a Verolanuova, Chiari, Iseo. Ma l'anno dopo la Succursale di Verolanuova era già in crisi. Iniziò il declino nel 1892 e dopo la chiusura della filiale di Brescia entrò in grave crisi fino a quando il 6 gennaio 1895 l'adunanza degli azionisti ne decise lo scioglimento. Nel 1899 la Banca commerciale riuscì ad esaurire il compito di liquidarla affidandola alla autorità giudiziaria. Presidenti: Barbieri Antonio (1871), Mazzoleni Gaetano (1879), Barbieri Antonio (1881), Benedini Bortolo (1887), Facchi ing. Giovanni Antonio (1891).

 

DOLCE Pietro (Pseudonimo di Barbieri Gaetano)

Venezia, 1756 - ?

Affiliato alla Reale Loggia Amalia Augusta. Spia politica austriaca.

(Vedi op. cit. di Paolo Guerrini, I Cospiratori bresciani del ’21 e L’Impresario d’Opera, Dizionario biografico degli impresari, p.208).

Nobile veneto. Già impiegato giudiziario in Romagna sotto il Regno Italico, venne messo a mezza paga dal Governo austriaco.

Giornalista e già direttore di polizia del sestiere di Cannaregio a Venezia durante il periodo austriaco (1798 – 1806); processato ed esiliato per concussione, truffa, estorsione ed abuso di autorità, poi rilasciato.

Nel giugno 1810 passò a Brescia come addetto alla Procura Generale.

Il 13 ottobre 1810 venne accolto nella Loggia Massonica bresciana “Amalia Augusta” dove fu in stretti rapporti (sic!) con l’ex venerabile Jacopo Pederzoli.

Si pose poi al servizio come spia politica della polizia austriaca per sorvegliare i suoi ex confratelli Massoni ed inviò al governo rapporti nel 1815 e nel 1816.

Spia nel periodo della restaurazione, definita molto fantasiosa.

Fu a Roma, dove ingaggiò agenti per l’Austria, e a Genova dove penetrò tra i Filadelfi, ottenendo il grado di vescovo.

In effetti, quale capo dello spionaggio politico più elevato, continuò a lungo a prestare servizio e si mantenne a galla per tutta la vita.

Il 12 novembre 1817 ricevette la riconferma del suo grado di nobiltà.

Fu direttore dei “Teatri” di Milano.

Pur essendo partigiano per l’Austria nel 1816 scrisse: «La nobiltà milanese è unica in quanto non vuole soffrire né la repubblica né la monarchia. Insoddisfatta prima del 1796 sotto Gli arciduchi, scontenti ai tempi della democrazia, del Direttorio, del governo della Repubblica Cisalpina, dei Tredici mesi, del tardo Regno d'Italia, è ancora insoddisfatta del nuovo Regno Lombardo-Veneziano. Ovviamente questa nobiltà è profondamente convinta, nel suo smodato orgoglio, che nessuno è degno di governare dove esiste» (P. Dolce, Rapport de juin 1816, cité par A. Pillepich, Milan, Capitale napoléonienne (1800-1814), p. 631).

 

 

DONINA Fiorino Valentino

(1961 – 2020)

È stato F.M.A. fondatore Collegio Brixia di Brescia del Rito Simbolico Italiano (24 settembre 2011) e M.V. della Loggia “Piccola Atene” di Sabbioneta (Mantova).

Nato a Brescia nel 1961. È vissuto a Borgofreddo di Sabbioneta.

È stato Cancelliere del Tribunale di Brescia e poi Cancelliere del Gip di Parma.

Il F؞ Fiorino aveva poi dichiarato pubblicamente di essere Massone e di essere stato anche in piè di lista della Loggia mantovana “Martiri di Belfiore” del G.O.I. Ha sempre mantenuto ottimi rapporti con altri Ordini e lo ricordano con affetto le Sorelle ed i Fratelli della Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. di Parma In un’intervista, aveva provato a dare una risposta alla domanda: che cosa è la Massoneria? «È una istituzione che non si fonda su di un uomo, ma su ideali senza tempo. Siamo un’associazione di liberi pensatori, che mettono in discussione tutto e che, soprattutto, si mettono sempre in discussione».

È stato “Celebrante laico umanista”, membro e referente della UAAR (Unione deli Atei e degli Agnostici Razionalisti) per la provincia di Mantova, impegnato come attivista per un mondo più umano anche in altre Associazioni Culturali per lo studio delle “ritualità di passaggio” in genere e per la diffusione delle ritualità umanistiche, con l’obiettivo di mettere a disposizione una cerimonia alternativa a coloro che non intendessero avvalersi di un rito religioso, in altre parole chi non vuole ad esempio un sacerdote in un funerale.

Il F؞ Fiorino ha affermato: «L’obiettivo è garantire a tutti coloro che non ritengono necessario, o coerente, l’utilizzo di un rito religioso per celebrare un evento importante per se e per i propri cari, una cerimonia alternativa personalizzata e coinvolgente».

Molto conosciuto per i variegati interessi che coltivava.

Fiorino, tra l’altro, aveva corso per la carica di sindaco nel 2009, della Città Ideale e nell’occasione aveva denunciato il fatto che qualcuno avesse riportato intimidazioni di ogni genere e in momenti diversi, collegando gli atti vandalici alla sua presa di posizione a favore delle celebrazioni laiche dei commiati e per la rimozione dei crocefissi dai pubblici uffici.

Nel novembre 2019 si era sposato con rito laico col compagno Emilio, dopo alcuni anni di convivenza.

Sornione, sorriso e battuta sempre a fil di labbra – scrive R. Longoni sulla Gazzetta di Parma il 31 marzo 2020 – Fiorino Donina sapeva stare nella realtà quotidiana, con gli altri, bravo a cogliere ciò che unisce e a tralasciare ciò che può allontanare. Scrupoloso e attento, il suo lavoro, lo faceva con passione. E lo arricchiva con il valore aggiunto di una grande umanità”.

Fiorino – aggiunge Richard Brown, il console britannico e celebrante laico – aveva una cultura filosofica e religiosa eccezionale. Amava l’indagine teologica: da alcuni anni si era allontanato dalla Chiesa cattolica per abbracciare quella anglicana e successivamente quella valdese, fino a diventare agnostico. L’ho avuto come studente di Celebrante laico di cerimonie uniche. Era fantastico.”

È passato all’Or؞ Eterno a Casalmaggiore (Cremona) il 20 marzo 2020 all’età di 59 anni, stroncato dal coronavirus

 

 

DOSSI Alessandro

(1758 – 1827)

Fratello originario della Reale Loggia Amalia Augusta

(Vedi op. cit. di Paolo Guerrini, I Cospiratori bresciani del ’21, p. 56 e 358).

Nacque a Brescia nel 1758.

Fu avvocato e notaio bresciano, riorganizzò la magistratura bresciana.

Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Padova, nel 1797-98 partecipò al Governo Provvisorio bresciano e fu addetto al Commissariato dei viveri e rappresentante bresciano nel Consiglio dei Seniori.

Nel 1799, di fronte all’avanzata austriaca, dalla quale subì la radiazione dall’albo degli avvocati, riparò in Sicilia, rientrando a Brescia nel giugno del 1800, divenendo membro attivissimo della Repubblica Cisalpina.

Nello stesso anno ricevette l’importante incarico di riorganizzare la magistratura bresciana e fu grazie a lui che la città divenne sede della Corte d’Appello.

Nel 1802 venne nominato nel Corpo legislativo della Cisalpina e nel Consiglio Dipartimentale.

Fu membro e segretario dell’Accademia dei Pantomofreni e, dal 1810, socio attivo dell’Ateneo di Brescia.

Nel 1822 venne arrestato, e poi scarcerato, per aver preso parte all’organizzazione dei Federati Italiani.

Fu uno dei compromessi del ‘21 col figlio Antonio. (vedi Processi politici del Senato Lombardo-Veneto 1814-1859, indice onomastico, buste nn. 44, 45, 47, 48, 49, 55, 58, 59, 60, 62, 65, 80 e 216, Archivio di Stato di Milano).

Passò all’Or Eterno a Leno (Brescia) il 27 aprile 1827 all’età di 69 anni